pensierini a piacere dell'anno 2009

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Emozioni

Gio 24 Dicembre 2009, ore 18:55

Aiutando una persona a fare una tesi sul valore politico del teatro, sto leggendo più approfonditamente autori che avevo incontrato troppo da giovane.....
Vi regalo due brani di Antonin Artaud, scritti tra il 1923 e il 1930. Non ho parole. Grazie Ross.

"Mi manca una concordanza delle parole con l’attimo dei miei stati.
“Ma è normale, ma a tutti mancano le parole, ma Lei è troppo difficile con se stesso, ma a sentirla non sembrerebbe, ma Lei si esprime perfettamente, ma Lei attribuisce troppa importanza a delle parole”.
Siete proprio fessi, dall’intelligente all’idiota, dal perspicace all’ottuso, siete fessi, siete cani voglio dire, abbaiate al di fuori, vi accanite a non capire.
Mi conosco, e mi basta, e deve bastare, mi conosco perché m’assisto, assisto ad Antonin Artaud.
-Tu ti conosci, ma noi ti vediamo, vediamo quel che fai.
-Si, ma non vedete il mio pensiero.
A ogni stadio della mia meccanica pensante, vi sono buchi, arresti, cercate di capirmi, non voglio dire nel tempo, ma in una sorta di spazio (io mi capisco); non voglio dire un pensiero in lunghezza, un pensiero in una durata di pensieri, ma UN pensiero, uno solo, e un pensiero NELL’INTERNO; e non voglio dire un pensiero di Pascal, un pensiero da filosofo, ma il fissarsi sforzato, la sclerosi d’un certo stato. Pigliati questa!
Mi considero nella mia minuzia. Metto il dito sul punto preciso della fenditura, del non confessato sfaldamento. Perché lo spirito è più rettile di voi, Signori, si sottrae come i serpenti, si sottrae fino ad attentare alle nostre lingue, voglio dire a lasciarle in sospeso.
Sono colui che meglio ha sentito lo stupefacente smarrimento della propria lingua nelle relazioni con il pensiero. Sono colui che ha meglio individuato l’attimo dei suoi più intimi, insospettabili sfaldamenti. Mi perdo nel mio pensiero veramente come si sogna, come all’improvviso si rientra nel proprio pensiero. Sono colui che conosce i nascondigli della perdita".

"Tutta la scrittura è porcheria.
Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci.
Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi.
Tutti coloro che hanno punti di riferimento nello spirito, voglio dire in una certa parte della testa, in posti ben localizzati del cervello, che sono padroni della loro lingua, tutti coloro per i quali le parole hanno un senso, per i quali esistono altitudini nell’anima e correnti nel pensiero, che sono lo spirito dell’epoca e hanno dato un nome a quelle correnti di pensiero, che sono lo spirito dell’epoca e hanno dato un nome a quelle correnti di pensiero, penso alle loro precise bisogna, e a quello stridio d’automa che il loro spirito butta al vento,
-sono porci.
Coloro per i quali certe parole e certi modi d’essere hanno un senso, che sanno fare così bene i complimenti, coloro per i quali i sentimenti hanno classi e discutono su un qualunque grado delle loro esilaranti classificazioni, coloro che credono ancora a dei ‘termini’, che agitano ideologi affermate nell’epoca, coloro le cui mogli parlano così bene, e le mogli stesse che parlano così bene e parlano delle correnti dell’epoca, coloro che credono ancora a un orientamento dello spirito, che seguono vie, sbandierano nomi, fanno gridare le pagine dei libri,
-quelli sono i porci peggiori.
Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba.
E ve l’ho già detto: niente opere, niente lingua, niente parola, niente spirito, niente.
Niente, se non un bel Pesa-Nervi.
Una sorta di stazione eretta e incomprensibile in mezzo a tutto nello spirito.
E non sperate che dia un nome a questo tutto, vi dica in quante parti si divida, che peso abbia, che mi dia da fare, mi metta a discutere, e discutendo, mi perda e così senza saperlo mi metta a PENSARE ,-e che questo tutto s’illumini, viva, si orni di una moltitudine di parole, tutte ben lustrate di senso, diverse, e capaci di metter ben in luce tutti gli atteggiamenti, le sfumature d’un sensibilissimo e penetrante pensiero.
Ah, questi stati a cui non si dà mai un nome, queste eminenti situazioni del’anima, ah, questi intervalli di spirito, ah, questi minuscoli colpi a vuoto che sono il pane quotidiano delle mie ore, ah, questa moltitudine formicolante di dati,-sono sempre le medesime parole a servirmi e non do proprio l’impressione di muovermi molto nel mio pensiero, ma in verità mi muovo più di voi, barbe d’asini, porci pertinenti, maestri del falso verbo, scarabocchia tori, feuilletonistes, pianoterra, pascolatori, entomologi, piaga della mia lingua.
Ve l’ho già detto che non ho più la mia lingua, e non è una ragione perché perseveriate, vi ostiniate nella lingua.
Ma via! sarò capito tra dieci anni dalle persone che faranno quel che fate voi oggi. Allora si conosceranno i miei geysers, si scorgeranno i miei ghiacci, si sarà imparato a denaturare i miei veleni, si scopriranno i miei giochi d’anime.
Allora tutti i miei capelli, le mie vene mentali, saranno colati nella calce, allora si percepirà il mio bestiario, e la mia mistica sarà diventata un cappello. Allora si vedranno fumare le giunture delle pietre, e arborescenti mazzi d’occhi mentali si cristallizzeranno in glossari, allora si vedranno cadere aeroliti di pietra, allora si vedranno corde, si capirà la geometria senza spazi e s’imparerà che cos’è la configurazione dello spirito, e si capirà come io ho perduto lo spirito.
Allora si capirà perché il mio spirito non è lì, allora si vedranno tutte le lingue inaridire, tutti gli spiriti disseccarsi, tutte le lingue indurirsi, le figure umane si appiattiranno, si sgonfieranno, come aspirate da ventose disseccanti, e quella lubreficante membrana continuerà a galleggiare nell’aria, quella membrana lubreficante e caustica, quella membrana a doppio spessore, dai molteplici gradi, con un infinito di crepe, quella malinconica e vitrea membrana, ma così sensibile, così pertinente, così capace di moltiplicarsi, sdoppiarsi, rivoltarsi con luccichii di crepe, di sensi, di stupefacenti, di irrigazioni penetranti e velenose.

allora tutto questo sarà trovato giusto,
e non avrò più bisogno di parlare".

Anteprima

Mar 24 Novembre 2009, ore 15:24

A fine novembre riprenderò i miei appuntamenti di lettura per i giovani lettori della Feltrinelli di Napoli. Per organizzare i 12 incontri ovviamente inizio la ricerca. Giorni addietro mi imbatto in un piccolo libro sistemato in uno scaffale non diretto ai ragazzi. Mi attira la copertina, mi ricorda Il Piccolo Principe.......ha un titolo accattivante, lo prendo e lo leggo......
Forse la traduzione non è perfetta, ma appena i miei giovani ascoltatori saranno pronti lo leggerò. Intanto a voi in anteprima!
Daren Simkin, Fazi Editore

Il viaggiatore

C’era una volta un bambino di nome Charlie.
La sua mamma e il suo papà lo amavano moltissimo.
Aveva molti amici con cui giocare, tra cui una bambina con un bel sorriso, e un cane che lo portava in giro a passeggio.
Ma Charlie non era del tutto felice, perché la vita non gli sembrava perfetta.
Dopotutto i genitori gli facevano fare le faccende, gli amici a volte gli rompevano i giocattoli, e perfino il cane gli aveva attaccato due volte le pulci.

Così, un giorno, Charlie ebbe un’idea.
Salì in soffitta e tirò fuori una valigia.
Era pesante, aveva cinture robuste ed era in grado di contenere moltissime cose importanti.
Charlie la spolverò e la trascinò nella sua cameretta.
“A cosa serve la valigia, Charlie?”, chiesero la mamma e il papà.
“Sto per chiuderci tutto il mio tempo”, disse Charlie, “e viaggerò fin quando non troverò qualcosa di perfetto per occuparlo”.
“Sei sicuro?”, domandarono preoccupati i suoi genitori.
“Si”, disse Charlie.
E a impacchettare il suo tempo si mise: iniziando dai grandi, voluminosi decenni, per passare agli anni rotondi e schiacciati, i quadrati, soffici mesi, le triangolari, luccicanti settimane e i giorni sfilacciati, un sacco di morbide ore di seta e i minuti sgualciti.
Charlie spinse dentro anche un mucchio di minuscoli secondi per il viaggio, benché non sembrava che volessero partire.
Chiuse la sua valigia e strinse forte le cinghie.
Il giorno dopo all’alba, Charlie trascinò la valigia di sotto.
“Arrivederci, mamma. Arrivederci, papà”.
“Arrivederci, Charlie”, risposero i suoi genitori con le lacrime agli occhi.
“Per favore prendi il mio berretto”, gli disse la sua amica carina, che si era affrettata per vederlo.
E così Charlie se ne andò a cercare qualcosa di perfetto che lo rendesse felice.

Camminava e camminava,
dormiva e dormiva
con la sua valigia accanto
che lo faceva sentire felice.
Perché poteva dire a se stesso:
Il mio tempo è al sicuro nella valigia,
non posso proprio sbagliarmi –
Troverò presto qualcosa di perfetto
per trascorrerlo tutto!

Una mattina, Charlie camminava accanto a una bella foresta. Api ronzanti, scoiattoli a far provviste e tacchini gloglottanti, e persino qualche daino con gli occhi sbarrati, uscirono per vedere se lui voleva trascorrere il suo tempo con loro.
Charlie posò la valigia e si mise a pensare.
Ma in quel momento sentì un ramo cadere, e non voleva farsi male. Allora la foresta non era del tutto perfetta, e Charlie scosse la testa, raccolse la valigia e si rimise in viaggio.

Camminava e camminava,
dormiva e dormiva
con la sua valigia accanto
che lo faceva sentire felice.
Perché poteva dire a se stesso:
Il mio tempo è al sicuro nella valigia,
non posso proprio sbagliarmi –
Troverò presto qualcosa di perfetto
per trascorrerlo tutto!

Un giorno Charlie camminava attraverso un deserto ventoso. Cammelli sputacchianti, lucertole striscianti e lepri saltellanti e perfino una pacifica volpe si avvicinarono per osservarlo prendere la sua decisione. Charlie posò la valigia e pensò.
Ma il sole bruciava intensamente, e Charlie preferiva l’ombra.
Neanche il deserto era del tutto perfetto, e Charlie scosse la testa, raccolse la valigia e si rimise in viaggio.

Camminava e camminava,
dormiva e dormiva
con la sua valigia accanto
che lo faceva sentire felice.
Perché poteva dire a se stesso:
Il mio tempo è al sicuro nella valigia,
non posso proprio sbagliarmi –
Troverò presto qualcosa di perfetto
per trascorrerlo tutto!

Un pomeriggio Charlie camminava lungo un oceano scintillante.
Balene giganti, foche spruzzanti e anguille sguscianti e perfino il minuscolo plancton fecero capolino dall’acqua per vedere ciò che faceva.
Charlie lasciò andare la valigia e rifletté.
Ma vide l’acqua profonda e non sapeva nuotare.
Nemmeno l’oceano era del tutto perfetto, e Charlie scosse la testa, raccolse la valigia e si rimise in viaggio.

Camminava e camminava,
dormiva e dormiva
con la sua valigia accanto
che lo faceva sentire felice.
Perché poteva dire a se stesso:
Il mio tempo è al sicuro nella valigia,
non posso proprio sbagliarmi –
Troverò presto qualcosa di perfetto
per trascorrerlo tutto!

Man mano che Charlie camminava passava in rassegna un sacco di lavori, migliaia di libri, innumerevoli cinema e strumenti musicali da suonare, ogni sorta di passatempo e tipo di sport, molte lingue straniere e le meraviglie del mondo.
Ma nulla era esattamente ciò che stava cercando.
Niente era perfetto.
Così teneva il tempo chiuso e continuava a viaggiare.
Finché una notte, era ormai un uomo anziano e stanco, Charlie capì che era solo.
Più di ogni altra cosa al mondo aveva bisogno di qualcuno con cui parlare.
Aveva viaggiato nell’oscurità, s’era arrampicato al chiaro di luna e aveva camminato sotto le stelle.
E alla fine giunse a casa.
Anche la ragazza carina, che era ancora la più carina che Charlie avesse mai visto, ora era anziana.
Lei vide il suo berretto e sorrise. Charlie posò la valigia e disse:
“Ho deciso di utilizzare il mio tempo, i miei decenni, gli anni, i mesi, le settimane e i miei giorni, le ore, i minuti e anche i secondi.
Sono pronto a usarli tutti, e voglio farlo a casa, con gli amici. Con te”.
Slacciò la valigia che aveva contenuto il suo tempo tanto a lungo e la svuotò.
Ma solo un quadrato, soffice mese cadde in terra.
“Dove è andato a finire tutto il mio tempo?”, gridò Charlie.
Benché scuotesse la valigia e cercasse in ogni angolo, ruzzolarono fuori solo minuscoli secondi.
“È possibile che il mio tempo sia scivolato fuori dalla valigia?”, chiese.
“Sicuramente non i decenni – erano così grandi e voluminosi! E i miei anni! Non capisco!”.
“Charlie, non è la valigia il problema”, gli disse l’amica. “Non puoi conservare il tempo”.
“Ma”, insisté Charlie, “il mio era chiuso per bene….”, e s’interruppe.
“È davvero questo tutto il tempo che mi rimasto?”, chiese.
“Si”, rispose lei.
Charlie non sapeva che fare. “Vieni a sederti vicino a me”, gli disse l’amica. Gli fece posto di fianco a sé tra un gruppo di amici di fronte a un fuoco scoppiettante.
Allora Charlie si sedette.
Gli amici parlavano di tutte le cose meravigliose con le quali avevano passato il proprio tempo:belle foreste, deserti ventosi, e oceani scintillanti, lavori, libri, film e musica, hobby, sport, lingue e meraviglie. Ma Charlie, che se le era fatte tutte sfuggire, non disse nulla.
Perché sono qui?, pensava. Tutti gli altri hanno utilizzato il proprio tempo. Io no.
Ma proprio allora qualcuno chiese:
“Chi lo sa come sarebbe la vita se si fosse conservato tutto il tempo?”.
Ci fu un gran silenzio nel gruppo. Nessuno degli altri lo aveva fatto, perciò nessuno conosceva la risposta.
Ma Charlie sì.
L’amica lo incoraggiò a raccontare dei suoi viaggi. Lui lo fece. Tutti gli posero un mucchio di domande, a cui lui rispose.
Anche lui fece un mucchio di domande a cui loro risposero. E tutti risero, gioirono e scherzarono e urlarono e gridarono e si abbracciarono mentre il mese svaniva.
E mentre Charlie dedicava i suoi ultimi minuscoli secondi ai suoi amici, era amato.
E amava.
Forse non era stato perfetto, ma era felice.

Mer 25 Novembre 2009, ore 15:13 - Pasquale ha scritto:

Complimenti per la scelta, Max, il racconto è molto bello. Per una strana coincidenza, poco prima del nostro incontro di ieri sera stavo ascoltando una canzone che parla dello stesso tema.

"Ma tra la partenza e il traguardo
nel mezzo c'è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è potere e sapere
rinunciare alla perfezione"
(Niccolò Fabi, "Costruire")

Mer 25 Novembre 2009, ore 16:38 - alice ha scritto:

che meraviglia...certo...da leggere...e da ascoltare. Beati i giovani lettori di Napoli..

Lun 7 Dicembre 2009, ore 15:35 - l'arida ha scritto:

...splendido quanto il Piccolo Principe, magnifico che tu l'abbia trovato...aggiungo: " il tempo non si spiega, non si conserva, si vive!"

Gio 10 Dicembre 2009, ore 22:17 - giovannicovini ha scritto:

Mi compare nitida una sera sul lago, avevo ancora tutti i capelli. Un testo di Eliot che stavo scoprendo allora. I quattro quartetti. Un verso. "Solo col tempo si conquista il tempo". Molta parte della mia valigia si è alleggerita da allora, molto tempo è uscito non so da dove. Ma questo racconto mi riporta là. Come sempre grazie, Max...

Ven 11 Dicembre 2009, ore 14:21 - Jay ha scritto:

"Per conoscere il valore del tempo, prima devi sprecarlo: fatto essenziale per potergli assegnare un valore".
Chogyam Trungpa Rinpoche

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A ciascuno il suo talento

Lun 2 Novembre 2009, ore 19:36

L'altro ieri ascolto una discussione in metropolitana riguardo i concorrenti dell'ultima versione del Grande Fratello, e mi viene in mente di scrivere un pensierino nuovo.....mi incarto nei pensieri e nei temi che vorrei trattare.....quindi aspetto per avere chiarezza e giro in rete nei miei siti àncora. E ho l'ennesima conferma che le cose devono essere fatte da chi ne è capace. Io non sono uno scrittore. Allora oggi ospito e vi presento un mio carissimo amico, un grande professionista, una persona che ha cuore, occhi e parole giuste per guardare e scrivere e poi anche girare. Potrete saper di più su di lui sul suo sito www.giovannicovini.it. Ma soprattutto copio e incollo il suo spunto di riflessione del 29 ottobre. Grazie Giovanni, mi hai aiutato a fare chiarezza nei miei ingarbugliati pensieri!

Lo spunto di oggi – Female To Male

29 ottobre 2009

Leggo della nuova versione del Grande Fratello. Pare che l’evento stavolta sia costituito dalla presenza tra i concorrenti di una donna che vuole diventare uomo attraverso un intervento chirurgico. Immagino la riunione nella quale la strategia è stata messa a punto: priorità, target, obbiettivi. Audience. Poi tutti a casa soddisfatti: anche per quest’anno i nostri creativi hanno dato il meglio di sé.

Il punto che mi colpisce non è la questione sessuale, perché che funzioni per l’audience è cosa nota da molto prima che fosse noto il concetto di audience. Diciamo che la questione è abbastanza ripetitiva: giocare al limite del legale, stuzzicare senza passare il guado, a volte anzi passarlo e poi spiegare di essere stati male interpretati. Insomma, esistere in qualche modo, fare rumore.

In un tempo che confonde tutto ci si distingue solo toccando gli estremi, e tra l’altro condividere che cos’è estremo consolida ciò che implicitamente consideriamo normale. E’ questo che ferma la mia attenzione. Mi viene da considerare la donna che vuole diventare uomo semplicemente il pacchetto di un’operazione velenosa. Perché in ballo c’è una persona che si prepara ad affrontare un cambiamento intimo, di identità profonda, sconvolgente a livello psicofisico.

Forse chi ha ideato la versione di quest’anno avrà immaginato che tutti noi saremmo stati lì per vedere che cosa dice, come si comporta e magari anche che cosa ci fa vedere o che cosa ci mostra di saper fare la donna che vuole diventare uomo. Se così hanno pensato certamente non hanno sbagliato, dato che da dieci anni hanno i loro bravi ascolti. Ma mi viene naturale ruotare la questione per fissare bene cos’è che trovo abominevole nel tutto.

Una storia funziona quando porta in sé qualcosa nella quale chi ascolta si riconosce. In questo caso non molte donne si potranno riconoscere nella protagonista, ma tutti gli esseri umani si potranno riconoscere in lei per ogni volta nella quale avrebbero voluto cambiare e non ne hanno avuto il coraggio, la forza; oppure per tutte le volte che questa forza l’hanno avuta e hanno fatto le spese delle loro scelte e dei loro cambiamenti profondi.

In questo noi ci possiamo proiettare.

Il punto è che questo non è un film e anche qualora fosse una vicenda sceneggiata a nostra insaputa lo sarebbe – appunto – a nostra insaputa. Quello che ci viene proposto, quindi, è essenzialmente un modo di guardare. Guardare un cambiamento lacerante in corso d’opera. Senza la consapevolezza della storia, la realtà così nuda e cruda perde la sua capacità di rimandare a noi stessi e ci rimanda esclusivamente a quella persona lì, quella sullo schermo, ai fatti suoi. Perché al posto delle scelte narrative drammatiche c’è soltanto il bello della diretta.

Questo modo di guardare non è quello degli spettatori che dall’inizio dei tempi si riunivano nei teatri e poi nei cinema “per ascoltare insieme una parola da accogliere o da respingere”, come diceva Paolo Grassi. C’è una riduzione di noi da esseri umani che percepiscono a guardoni, da persone con un’intimità a individui con dei piccoli segreti. Vengono offesi il nostro saper cambiare e il nostro saper guardare.Viene svilito il nostro riconoscerci con solidarietà anche nei personaggi più lontani da noi.

Voler cambiare sesso è un ottimo esercizio di sguardo per me che non ci ho mai pensato. Conoscere un personaggio così sarebbe un’esperienza nel senso in cui citavo l’altro giorno dal libro di Laura Boella: fare esperienza di un’esperienza che non è la mia. Così il lavoro sul mio atteggiamento di spettatore e più in generale di essere umano che vive in una comunità di esseri umani è ambiguo e disonesto, perché aggira la mia consapevolezza e mi conduce ad essere ciò che non sono, mi induce a guardare come non vorrei guardare.

Soprattutto, mi divide dal personaggio che ho davanti. Anziché solidarizzare e mettermi nel suo sguardo lo spio, lo osservo, lo giudico. Passa un modo di vivere insieme che non è più vivere insieme. La vera vittima non è la donna che vuole diventare uomo, ma io che senza saperlo vengo defraudato del mio sguardo e di una parte della mia umanità. In questo senso, non nel tema del sesso e della pruderie, questo programma mi sembra che abbia poco di grande e poco del fratello.

Gio 5 Novembre 2009, ore 21:22 - giovanni ha scritto:

grato e felice di questo ponte sempre aperto... grazie. gio

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Si ricomincia!

Gio 1 Ottobre 2009, ore 14:13

Molte persone mi hanno scritto chiedendomi nuovi pensierini, intanto grazie per le richieste. Mentre pensavo all'argomento del prossimo, ecco che mi scrive Jay, negli anni preziosa con le sue parole e i suoi scritti: "ciao Max ho scritto un raccontino per te!"
Mi piace molto e ve lo giro con gioia!

Due ma non due.

Un racconto-indovinello.

L’uomo aveva organizzato il suo spazio.

Inizialmente gli era parso leggermente angusto ma poi ci si era abituato.

Aveva attaccato dei francobolli alle pareti.

Li aveva scelti particolarmente belli e colorati, incurante del loro valore numismatico.

Aveva utilizzato delle gomme per costruirsi sedili comodi e un letto. Una pezza morbida come coperta.

In un angolo aveva trovato una luce. Benchè fosse a batterie funzionava bene e in seguito aveva scoperto delle batterie di ricambio in un altro angolo.

Lavorando con pazienza dei fermagli di metallo, aprendoli, modificandone la forma, aveva ottenuto vari oggetti e utensili che gli tornavano utili.

Era stato un lavoro lungo e a tratti noioso ma il tempo non gli mancava.

Con della carta si era costruito delle pareti mobili sostenute da flessuose matite. Aveva utilizzato questi separè per dividere il suo spazio in tante zone diverse: quella per dormire, quella per scrivere, quella per mangiare.

Il suo tavolo era costituito da un unico blocco di plastica. Era un po’ scomodo perché non c’era il posto per infilare le gambe ma, in compenso, la parte superiore si apriva e consentiva di conservare cose al suo interno.

Con del nastro adesivo aveva isolato lo spazio da eventuali spifferi rendendolo caldo e accogliente.

Un riquadro in materiale gommoso ma consistente, decorato in superficie con una foto floreale, era diventato un morbido tappeto.

Ogni giorno, alla stessa ora, arrivava il secondo uomo.

Ognuno dei due, ovviamente, sapeva dell’esistenza dell’altro ma formalmente s’ignoravano.

Il secondo uomo faceva le sue cose mantenendosi al di fuori del perimetro del primo uomo.

Parlava al telefono e discuteva per ore con la sua voce roca e fastidiosa.

A volte sbatteva perfino il pugno sulla sua scrivania, sostenendo chissà quale tesi, difendendo chissà quale teoria, facendo sobbalzare malamente il primo uomo.

Usava il computer e sbatteva per ore con malagrazia i polpastrelli sull’innocente tastiera.

Tlack, tlack, tlack, tlack, tlack, tlack, tlack, tlack, tlack, tlack…

Da impazzire.

Fumava e lasciava nell’aria quell’orribile odore acre, pungente, misto al suo dopobarba.

Ma del primo uomo non parlava mai. Neppure un lontano accenno.

Faceva in modo comunque di lasciargli cibo e acqua, di garantirgli la sopravvivenza.

Nulla di più.

Andavano avanti così da sempre. Così per sempre sarebbero andati avanti.

Nessuno dei due era interessato a modificare la situazione. L’equilibrio, ormai, era perfetto.

Un tempo il primo uomo aveva tentato di comunicare con il secondo. Gli aveva lasciato messaggi, scritte, impronte, aveva perfino rovesciato una bottiglietta d’inchiostro per timbri sulla sua bella agenda nuova di zecca.

Ma niente.

Nel tempo il primo uomo aveva smesso di dannarsi, si era organizzato il suo spazio e aveva continuato a vivere, da solo.

Il secondo uomo arrivava, sbrigava le sue faccende, andava via.

Era una persona apparentemente normale.

Una sola domanda lo mandava veramente in bestia e i familiari, gli amici e i colleghi avevano imparato a non fargliela più.

«Ma qual è il tuo sogno nel cassetto?»

Gio 8 Ottobre 2009, ore 14:59 - Pasquale ha scritto:

Il racconto è stupendo... Un piccolo gioiello grazioso che diventa inaspettatamente tagliente all'estremità. Complimenti a Jay.
Promemoria: devo prestare un po' più di attenzione ai rumori che sento nel cassetto della mia scrivania... :-)

Ven 9 Ottobre 2009, ore 04:49 - giovannicovini ha scritto:

bello. questi due li conosco. abitano entrambi dentro di me...
ti abbraccio, un bacio a Jay.

Ven 6 Novembre 2009, ore 21:21 - silenziosa ha scritto:

una volta ho scritto, rispondendo ad un'amica che mi chiedeva "ma tu non hai un sogno chiuso nel cassetto?" "non è che non ne abbia, è solo che nei vari traslochi della mia vita, ho perso la chiave. . . e il raccontino ora mi porta un sorrisino amarognolo

Mer 6 Gennaio 2010, ore 14:36 - Starscream ha scritto:

Attore,regisa,formatore,coach... e PEZZO DI MERDA

Mer 6 Gennaio 2010, ore 14:47 - max ha scritto:

per starscream: ci conosciamo? mi spiace non sapere un nome o una mail per poter capire e o rispondere.

Gio 21 Gennaio 2010, ore 12:49 - Starscream ha scritto:

ci conosciamo e come... Arrivederci al 27 gennaio...

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