pensierini a piacere dell'anno 2010

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Buon Anno

Sab 18 Dicembre 2010, ore 20:25

In uno dei meravigliosi ‘mercoledì ilari’ che ormai da molti mesi accompagnano la fine giornata di lezioni da Vernicefresca, abbiamo parlato di Arthur C. Clarke e mi è tornato alla mente un suo racconto letto molti anni fa. Eccolo per voi come ultimo pensierino dell’anno!!!!

“I nove miliardi di nomi di Dio” di Arthur C. Clarke.

Il dottor Wagner riuscì a controllarsi. Valeva la pena. Poi
disse:
«La vostra richiesta è un po' sconcertante. Per quanto
ne so io, è la prima volta che un monastero tibetano ordina
una calcolatrice elettronica. Non voglio essere indiscreto,
ma ero ben lontano dal pensare che una simile comunità
potesse aver bisogno di quella macchina. Posso chiedervi che
cosa ne volete fare?»
Il lama si aggiustò i lembi della sua veste di seta e posò
sul tavolo il regolo con cui aveva calcolato il cambio
libbra-dollaro.
«Volentieri, la vostra calcolatrice elettronica tipo 5 può
eseguire, stando al vostro catalogo, tutte le operazioni matematiche
fino a 10 decimali. Tuttavia m'interessano le lettere, con le cifre.
Vi chiederò di modificare il circuito di uscita in modo da
stampare lettere invece che colonne di cifre.»
«Non afferro bene...»
«Da quando il nostro monastero è stato fondato, più di
tre secoli fa, noi ci dedichiamo ad un certo lavoro. È un lavoro
che forse vi può sembrare strano, e vi chiederò di
ascoltarmi con grande apertura mentale».
«D'accordo.»
«È semplice. Stiamo compilando la lista di tutti i possibili nomi di Dio.»
«Prego?»

Il lama continuò imperturbabile:
«Abbiamo eccellenti motivi di credere che tutti quei nomi
richiedano al massimo nove lettere del nostro alfabeto.»
«E avete fatto questo per tre secoli?»
«Sì, Avevamo calcolato che ci sarebbero stati necessari
quindicimila anni per portare a termine il nostro lavoro.»
Il dottore emise un fischio, confuso, in modo un po' sciocco:
«O. K. capisco ora perché volete noleggiare una delle
nostre macchine. Ma qual è lo scopo dell'operazione?».
Per una frazione di secondo il lama esitò e Wagner temette
di avere offeso quel singolare cliente che aveva fatto
il viaggio Lhasa - New York, con un regolo calcolatore e il
catalogo della Compagnia delle Calcolatrici Elettroniche nella
tasca della sua veste color zafferano.
«Definitela una pratica rituale, se volete» disse il lama
«ma è una parte fondamentale della nostra fede. I nomi dell’
Essere Supremo, Dio, Giove, Jehova, Allah, ecc. non sono
che etichette disegnate dagli uomini. Considerazioni
filosofiche troppo complesse perché io possa esporle qui
ci hanno condotto alla certezza che fra tutte le possibili
permutazioni e combinazioni di lettere, si trovano i veri
nomi di Dio. Ora, il nostro scopo è di trovarli e di scriverli tutti.»
«Vedo. Voi avete cominciato con AAA AAA AAA e
arriverete a ZZZ ZZZ ZZZ.»
«Salvo che noi adoperiamo il nostro alfabeto. Vi sarà
certamente facile modificare la macchina da scrivere elettrica
in modo che usi il nostro alfabeto. Ma un problema
che vi interesserà di più sarà la messa a punto di circuiti
speciali che eliminino in precedenza le combinazioni inutili.
Per esempio, nessuna delle lettere deve apparire più di
tre volte successivamente.»
«Tre? Volete dire due.»
«No. Tre. Ma la spiegazione completa richiederebbe troppo
tempo, anche se voi capiste la nostra lingua.»
Wagner si affrettò a dire:
«Certo, certo, continuate.»
«Vi sarà facile adattare la vostra calcolatrice automatica
a questo scopo. Con un opportuno programma una macchina
di questo genere può permutare le lettere le une dopo
le altre e stampare un risultato. Cosí»
concluse tranquillo il lama «ciò che avrebbe richiesto ancora
quindicimila anni sarà portato a termine in cento giorni.»
Il dottor Wagner sentiva che stava perdendo il senso
della realtà. Attraverso le finestre del building i rumori e
le luci di New York si attenuavano. Si sentiva trasportato
in un mondo diverso. Laggiù nel loro lontano asilo montuoso,
generazione dopo generazione, monaci tibetani componevano
da trecento anni la loro lista di nomi privi di senso...
Non c’era dunque limite alla follia umana? Ma il dottor
Wagner non doveva manifestare i suoi pensieri. Il cliente
ha sempre ragione...
Rispose:
«Non dubito che possiamo modificare la macchina tipo
5 in modo che stampi liste di quel genere. Mi preoccupano
di più l'installazione e la manutenzione. Inoltre non sarà
facile inviarla nel Tibet.»
«Possiamo superare questa difficoltà. I pezzi staccati sono
di dimensioni sufficientemente piccole per poter essere
trasportati in aereo. È proprio per questo che abbiamo scelto
la vostra macchina. Spedite i pezzi in India, ci incaricheremo
noi del resto.»
«Desiderate assumere due dei nostri ingegneri?»
«Si, per montare e controllare la macchina durante i cento giorni.»
«Farò una nota alla direzione del personale” disse Wagner
scrivendo sul suo taccuino. «Ma restano da risolvere
due questioni...»
Prima che terminasse la frase, il lama tirò fuori dalla tasca
un foglietto: «Questo è un documento comprovante il
mio conto alla Banca Asiatica”.
«Grazie Perfetto... Ma, se permettete, la seconda questione
è così elementare che esito a parlarne. Capita spesso che
si dimentichi qualche cosa di evidente. Avete una sorgente
di energia elettrica?»
«Abbiamo un generatore elettrico Diesel di 50 kw di
potenza, 110 volt. È stato installato cinque anni fa e funziona
bene. Ci facilita la vita, al monastero. L'abbiamo acquistato
soprattutto per far girare le ruote delle preghiere»
«Ah! sì, certamente, avrei dovuto pensarci...»

Dal parapetto la veduta faceva venire le vertigini, ma è noto
che ci si abitua a tutto.
Erano passati tre mesi e Georges Hanley non era più
impressionato dai seicento metri di strapiombo che separavano
il monastero dai campi che nella pianura sembravano
formare una scacchiera. Appoggiato ad una delle pietre
corrose dal vento, l’ingegnere contemplava con occhio pigro
le montagne lontane, di cui ignorava il nome.
“L’Operazione nome di Dio”, come l'aveva definita un umorista
della Compagnia, era certamente il peggior lavoro da matto
a cui avesse mai partecipato.
Una settimana dopo l'altra, la macchina tipo 5 modificata
aveva coperto migliaia di fogli di un incredibile volapuk.
Paziente e inesorabile, la calcolatrice aveva aggregato
le lettere dell'alfabeto tibetano in tutte le possibili combinazioni,
esaurendo una serie dopo l'altra. I monaci ritagliavano
certe parole appena uscite dalla macchina da scrivere
elettrica e le incollavano con devozione in enormi registri.
Entro una settimana avrebbero finito.
Hanley ignorava con quali calcoli misteriosi essi erano
arrivati alla conclusione che non occorreva studiare
raggruppamenti di dieci, venti, cento, mille lettere, e non ci
teneva affatto a saperlo. Nei suoi incubi talvolta sognava che
il gran lama aveva improvvisamente deciso di complicare
un po' di più l'operazione e di continuare il lavoro fino al-
l'anno 2060. Quell'accidenti di brav’uomo ne sembrava,
del resto, perfettamente capace. La pesante porta di legno
sbatté. Chuk lo aveva raggiunto sulla terrazza. Chuk fumava,
come al solito, un sigaro: si era reso popolare tra i lama
distribuendo loro i sigari avana. “Quei tipi potevano essere
scemi del tutto” pensò Hanley “ma non erano dei puritani.”
Le frequenti spedizioni al villaggio non erano state
senza interesse...
«Ascolta, Georges» disse Chuk. «Abbiamo delle noie.»
«La macchina è guasta?»
«NO.»
Chuk si sedette sul parapetto. Era straordinario perché,
di solito, temeva le vertigini.
«Ho scoperto lo scopo dell'operazione.»
«Ma lo sapevamo!»
«Sapevamo che cosa i monaci volevano fare, ma non sapevamo perché. »
«Bah! Sono matti...»
«Ascolta, Georges, il vecchio mi ha spiegato. Essi pensano
che quando avranno scritto tutti quei nomi (e, secondo
loro, ce ne sono circa nove miliardi), lo scopo divino sarà raggiunto.
La razza umana avrà compiuto ciò per cui era
stata creata.»
«Allora che cosa? Si aspettano il nostro suicidio?»
«Inutile. Quando la lista sarà terminata, Dio interverrà
e sarà finita»
«Quando avremo finito sarà la fine del mondo?»
Chuk ebbe una risatina nervosa:
«È ciò che ho detto al vecchio. Allora mi ha guardato in
un modo strano, come un professore guarda un allievo
particolarmente stupido, e mi ha detto: “Oh! Non sarà una
cosa così insignificante...”.»
Georges rifletté un istante.
«È un tipo che ha evidentemente idee larghe» disse «ma,
detto questo, che cosa cambia? Sapevamo già che erano matti.»
«Sì. Ma non capisci che cosa può capitare? Se la lista
viene terminata e le trombe dell'angelo Gabriele, versione
tibetana, non suonano, essi possono concludere che la colpa è nostra.
Dopo tutto, impiegano la nostra macchina.
Non mi piace questa faccenda...»
«Ti seguo» disse lentamente Goerges «ma ne ho viste
altre. Quando ero ragazzo, in Luisiana, un predicatore annunciò
la fine del mondo per la domenica seguente. Centinaia
di tipi ci credettero. Alcuni, vendettero persino le loro case.
Ma la domenica seguente nessuno era irritato; la
gente pensava che si era un po' sbagliato nei suoi calcoli,
e un mucchio di loro hanno ancora la fede»
«Nel caso che tu non l'abbia notato, ti faccio presente
che non siamo in Louisiana. Siamo soli, noi due, fra centinaia
di monaci. Io li adoro, ma preferirei essere altrove quando
il vecchio lama si accorgerà che l'operazione è fallita.»
«Una soluzione c'è. Un piccolo sabotaggio inoffensivo.
L'aereo arriva fra una settimana e la macchina finirà il suo
lavoro entro quattro giorni, in ragione di ventiquattro ore
al giorno. Non c'è che da mettersi a riparare qualche cosa
per due o tre giorni. Se si fanno bene i calcoli noi possiamo
essere giú all'aeroporto quando l'ultimo nome uscirà dalla
macchina.»
Sette giorni dopo mentre i piccoli ponies di montagna
scendevano per la strada a spirale, Hanley disse:
«Ho un po' di rimorsi. Non scappo perché ho paura, ma
perché mi dispiace. Non vorrei vedere la faccia di quelle
brave persone quando la macchina si fermerà»
«Secondo me» disse Chuk «hanno capito benissimo che
noi ci mettevamo in salvo, ma la cosa è loro indifferente.
Ora sanno fino a che punto la macchina è automatica e non
ha bisogno di sorveglianza. E pensano che non ci sarà
seguito.»
Georges si girò sulla sella e guardò. Le costruzioni del
monastero si profilavano scure nel sole al tramonto. Piccole
luci brillavano di quando in quando sotto la massa scura
delle mura come gli oblò di una nave in rotta. Lampade
elettriche attaccate al circuito della macchina n. 5.
Che cosa sarebbe capitato alla calcolatrice elettrica? si
domandò Georges. I monaci l'avrebbero distrutta nella loro
ira e nel loro disappunto? O magari avrebbero ricominciato da capo?
Come se fosse ancora lassù, egli vedeva ciò che accadeva
in quel momento sulla montagna, dietro le muraglie.
Il gran lama e i suoi assistenti esaminavano i fogli, mentre
alcuni novizi ritagliavano nomi barocchi e li incollavano
nell'enorme registro. E tutto questo si faceva in un religioso
silenzio. Non si sentivano che i tasti della macchina, che
battevano la carta come una dolce pioggia. La calcolatrice stessa,
che combinava migliaia di lettere al secondo,
era completamente silenziosa...
La voce di Chuk interruppe le sue fantasticherie.
«Eccolo! Mi fa un dannato piacere!»
Simile a una minuscola croce d'argento il vecchio aereo
da trasporto D. C. 3 si era posato laggiù sul piccolo aerodromo
di fortuna. Quella vista metteva voglia di bere un
buon sorso di scotch ghiacciato. Chuk cominciò a cantare,
ma s'interruppe subito. Le montagne non lo incoraggiavano.
Georges guardò l'orologio.
«Saremo laggiù fra un'ora» disse. E aggiunse: «Credi che
il calcolo sia finito?».

Chuk non rispose, e Georges levò la testa. Vide la faccia
di Chuk pallidissima tesa verso il cielo.
«Guarda» mormorò Chuk.
A sua volta Georges alzò gli occhi. Per l'ultima volta,
sopra di essi, nella pace delle cime, ad una ad una le stelle si
spegnevano...

Dom 19 Dicembre 2010, ore 13:49 - Pasquale ha scritto:

Bellissimo racconto... C'è una frase di Clarke che ricordo: "Dovremmo preoccuparci meno di aggiungere anni alla nostra vita, e più di aggiungere vita ai nostri anni". Lui, che se n'è andato a 90 anni, è riuscito a fare tutte e due le cose...

Dom 19 Dicembre 2010, ore 15:01 - Jay ha scritto:

...delizioso...

Lun 20 Dicembre 2010, ore 21:43 - Edo ha scritto:

………..le stelle si spensero tutte, tranne in una piccola parte nel cielo, ad Ovest. E la mattina dopo sorse il sole, come ogni giorno. Dio aveva ridotto le dimensioni dell'universo. Sulla Terra aveva fatto sparire tutti gli abitanti (umani), tranne quelli che popolavano il Tibet.

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MI FA MALE

Gio 30 Settembre 2010, ore 22:51

Ho avuto la malaugurata idea di guardare la diretta tv dalla camera e poi quella dal senato. e alcune trasmissioni di queste ultime ore. in questo momento mi è venuto alla mente uno spettacolo di giorgio gaber e un suo monologo che mi è rimasto impresso. lo trascrivo ora perchè mi sembra che sia perfetto.

MI FA MALE (1994-1995)

Mi fa male il mondo, mi fa male il mondo...
Mi fa male il mondo, mi fa male il mondo...
e non riesco a trovar le parole
per chiarire a me stesso
e anche al mondo
cos'è che fa male...

[parlato] Mi fa male... essere lasciato da una donna... non sempre.
Mi fa male l'amico che mi spiega perché mi ha lasciato.
Mi fanno male quelli che credono di essere il centro del mondo e non sanno che il centro
del mondo sono io.
Mi fa male... quando mi guardo allo specchio.
Mi fa male anche quando mi dicono che mia figlia mi assomiglia molto fisicamente. Mi fa
male per lei.
Mi fanno male quelli che sanno tutto... e prima o poi te lo dicono.
Mi fanno male gli uomini esageratamente educati, formali, distaccati. Ma mi fanno più
male quelli che per essere autentici ti ruttano in faccia.
Mi fa male essere così delicato, e non solo di salute.
Mi fa male più che altro il fatto che basta che mi faccia male un dente... che non mi fa
più male il mondo.
Mi fanno male gli architetti, gli avvocati, i commercialisti!
Mi fa male l'IVA, le trattenute, il 740, mamma mia come mi fa male il 740!
Mi fanno male le marche da bollo, gli sportelli, gli uffici, le code. Mi fa male quando
perdo la patente e gli amici mi dicono 'condoglianze'. E i funzionari... sì, quando vai
lì e non alzano nemmeno la testa. E poi quando la alzano s'incazzano, certo, perché gli
fai perdere tempo. Ti trattano male, giustamente, siamo noi che sbagliamo, perché l'ufficio è sempre un altro, un altro ancora, e poi le segretarie, i vicedirettori, i
direttori, i direttori generali... Mi fa male l'apparato, la sua mentalità, la sua
arroganza, la sua idiozia!
Come sono delicato!
Mi fa male il futuro dell'Italia, dell'Europa, del mondo.
Mi fa male l'immanente destino del pianeta Terra minacciato dal grande buco nell'ozono,
dall'effetto serra, e da tutte quelle tragedie che a dir la verità... però... al
momento... poi... non mi fanno mica tanto male.
Mi fanno male gli spot.
Non mi fa male la pubblicità in sé.
Mi fanno male, Dio bono, i culi nudi, le tette, le cosce, e tutti quei figoni sprecati per
il Campari Soda.
Mi fanno male i fax, i telefonini, i computers, e la realtà virtuale... anche se non so
cos'è.
Mi fa male l'ignoranza, sia quella di andata che quella di ritorno.
Mi fa male la carta stampata, gli editori... tutti.
Mi fa male che qualsiasi deficiente scriva un libro. E poi firma la copertina, e poi entra
in classifica: I', 2', 3'... Borges 37'!
Mi fanno male le edicole. I giornali, le riviste coi loro inserti: un regalino, un
opuscolo, una cassetta, un gioco di società, un cappuccino e una brioches.
Mi fanno male quelli che comprano tutti i giornali.
Non mi fa male la libertà di stampa. Mi fa male la stampa.
Mi fa male che qualcuno creda ancora che i giornalisti si occupino di informare la gente.
I giornalisti, che vergogna! "L'etica professionale", "il sacrosanto
diritto all'informazione ". Cosa mettiamo oggi in prima pagina. Ma sì, i morti della
Bosnia. è un po' che non ne parla nessuno! Tutto, tutto così, mica scelgono le notizie più importanti, no, quelle che funzionano, che rendono di più... Certo, per le loro
carriere, per i loro meschini tornaconto, i loro padroni, padroncini... Mi fanno male le
loro facce presuntuose e spudorate. Mi fa male che possano scrivere liberamente e
indisturbati tutte le stronzate che vogliono! E’ questa libertà di stampa che mi fa
vomitare.
Come sono delicato!
Mi fa male chi crede che ci sia ancora qualcuno che pensa agli altri.
Mi fanno male quelli che dicono che gli uomini sono tutti uguali.
Mi fanno male anche quelli che dicono che il pesce più grosso mangia quello più piccolo.
Mi farebbe bene metterli nella vaschetta delle balene.
Mi fa male la grande industria, la media industria mi fa malino, la piccola non mi fa
niente.
Mi fa male non capire perché, a parità di industriali stramiliardari, un operaio tedesco
guadagna 2.800.000 al mese ed uno italiano 1.400.000. Ma per l'altro 1.400.000 dov'è che
va a finire?
Mi fanno male i ladri, sia quelli privati che quelli di Stato. Mi fa bene quando li
prendono, li arrestano, quando viene fuori tutto quello che sapevamo. Dopo un po' però mi
annoio.
Mi fa male che l'Italia, cioè noi, cioè io abbiamo due milioni di miliardi di debito.
Questo lo sappiamo tutti. Lo sentiamo ripetere continuamente. Sta cambiando la nostra vita
per questo debito che abbiamo.
Ma con chi ce l'abbiamo? A chi li dobbiamo questi soldi?
Questo non si sa. Questo non ce lo dicono. Perché se li dobbiamo a qualcuno che non
conta... va bé, gli abbiamo tirato un pacco ed è finita lì. Ma se li dobbiamo a
qualcuno che conta... due milioni di miliardi! Prepariamoci a pagare in natura.
Mi fa male accendere la televisione. Mi fa male stare lì davanti, e non riuscire a
spegnerla, vedere fino a che punto... non c'è fondo, non c'è fondo! La gente che
telefona, gli sponsor, i giochini demenziali, i presentatori che ridono. E poi le
dentiere, gli assorbenti, preservativi, i Gabibbi, gli spiritosi, gli imbecilli, tutti
belli spigliati, spregiudicati, completamente a loro agio... che si infilano le dita negli
orecchi e si grattano i coglìoni. Sì, mi fanno male tutti questi geniali opinionisti...
che litigano, si insultano, gridano, sempre più trasgressivi... questi coraggiosi
leccaculi travestiti da ribelli!
Mi fa male che 'tutto', sia volgarità.
Mi fa male che si parli fino alla nausea di quante reti... una a te, una a me....
pubbliche, private... e poi le commissioni, i regolamenti, il garante... senza parlare mai
di quella valanga di merda che ogni giorno mi entra in casa!
Che poi io sono anche delicato, l'ho già detto!
Mi fa male la violenza. Mi fa male la sopraffazione, la prepotenze, l'ingiustizia.
A dire la verità mi fa male anche la giustizia. Un paese che ha una giustizia come la
nostra non sarà mai un paese civile. Una giustizia che fa talmente schifo che se una
volta per caso i magistrati fanno il loro normale dovere diventano tutti Giuseppe
Garibaldi...
Mi fanno male anche i pentiti. Che dopo aver ammazzato uomini donne e bambini fanno l'atto
di dolore... tre Pater Ave e Gloria e chi s'è visto s'è visto.
Mi fa male la Sicilia. Magari mi facesse male solo la Sicilia. Mi fa male anche la
Lombardia, la Toscana, il Veneto. Roma!
Mi fa male che 'tutto' sia mafia.
Mi fa male non capire perché animali della stessa razza si ammazzino tra loro.
Mi fa male chi muore in Jugoslavia. Mi fa male chi muore in Somalia, in Armenia, in
Ruanda, in Palestina. Mi fa male chi muore.
Mi fa male chi dice che gli fa male chi muore e fa finta di niente sul traffico delle armi
che è uno dei pilastri su cui si basa il benessere dell'Occidente.
Mi fa male la mafia bianca, quella dei dottori, delle medicine, degli ospedali, dei
professori.
Mi fa male chi specula sulla vita della gente. Sì, quelle brave persone che approfittano
della debolezza del malato, dei suoi familiari. E ti fanno fare le analisi, anche se non
ne hai bisogno. E ti mandano dall'amico specialista, tutti d'accordo, uno scambio, un giro
d'affari, una grande abbuffata di pazienti. Sì, quegli avvoltoi che si buttano sui moribondi per tirargli fuori gli ultimi spiccioli, i chirurghi dal taglio facile e
redditizio... sì, quelli che tagliano tutto, tutto.. gambe, braccia... e quando non ne
hanno abbastanza... testicoli, seni, ovaie, uteri interi! Che gliene importa di un utero
in più o in meno!
Certo, mi fa male il cancro. Ma mi fa più male che il cancro sia il più grosso affare
economico del secolo.
Mi fa male chi crede che ci sia ancora qualcuno che pensa agli altri.
Mi fa male qualsiasi tipo di potere, quello conosciuto, ma anche quello sconosciuto,
sotterraneo, che poi è il vero potere. Mi fanno male le oscillazioni e i rovesci
misteriosi dell'alta finanza. Più che male mi fanno paura, perché mi sento nel buio, non
vedo le facce. Nessuno ne parla, nessuno sa niente: sono gli intoccabili. Personaggi
misteriosi e oscuri che tirano le fila di un meccanismo invisibile, talmente al di sopra
di noi da farci sentire legittimamente esclusi. E’ lì, in chissà quali magici e
ovattati saloni che a voce bassa e con modi raffinati si decidono le sorti del nostro mondo: dalle guerre di liberazione, ai grandi monopoli, dalle crisi economiche, alle
cadute dei muri, ai massacri più efferati.
Mi fa male quando mi portano il certificato elettorale.
Mi fa male la democrazia, questa democrazia che è l'unica che conosco.
Mi fa male la prima repubblica, la seconda, la terza, la quarta.
Mi fanno male i politici, più che altro tutti, sempre più viscidi, sempre più brutti.
Mi fanno male gli imbecilli, i ruffiani. E come sono vicini a noi elettori, come ci
ringraziano, come ci amano. Ma sì, io vorrei anche dei bacini, dei morsi sul collo...
certo, per capire bene che lo sto prendendo nel culo. Tutti, tutti, l'abbiamo sempre preso
nel culo... da quelli di prima, da quelli di ora, da tutti quelli che fanno il mestiere
della politica.
E mi fa male che ci sia qualcuno che crede ancora che 'loro' facciano qualcosa per noi,
per le nostre famiglie, per il nostro futuro. No, non c'è una scelta, neanche una, non
c'è una scelta politica che sia fatta pensando a cosa serve al Paese. No, solo quello che
conviene al gruppo, al partito... Per contare di più, per avere più potere. Certo, lo
fanno solo per se stessi, per il loro schifosissimo interesse personale. Tutti, tutti,
nessuno escluso. Farebbero qualsiasi cosa, venderebbero i colleghi, gli amici, i figli.
Cambierebbero colore, nome, nazionalità, darebbero delle coltellate ai compagni di
partito pur di fottergli il posto. Non c'è più niente che assomigli al coraggio,
all'esilio, alla galera. C'è solo l'egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il
potere, il denaro, l'avidità più schifosa.
E voi credete ancora che contino le idee? Ma quali idee...
La cosa che mi fa più male è vedere i nostri figli con la stanchezza anticipata di ciò
che non troveranno.
E mi fa ancora più male sentire che la colpa è anche nostra. Sì, abbiamo lasciato in
eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare... quello che abbiamo
dimenticato di combattere e quello che abbiamo dimenticato di sognare per noi e per gli
altri.
Una sconfitta definitiva? No, non credo proprio. Se è vero che questa è la nostra
realtà, guardarla in faccia non può far male a nessuno. Basta non farsi prendere dalla
stupidità dello sconforto. E’ la non consapevolezza che crea malesseri nascosti e
uccide per delega. Se un uomo conosce con chiarezza il suo male, qualsiasi esso sia, ha
anche la forza per combatterlo.
Bisogna assolutamente trovare il coraggio di abbandonare i nostri meschini egoismi e
cercare un nuovo slancio collettivo magari scaturito proprio dalle cose che ci fanno male,
dalle insofferenza comuni, dal nostro rifiuto. Perché un uomo solo che grida il suo no,
è un pazzo. Milioni di uomini che gridano lo stesso no, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo.

Mi fa male il mondo,
mi fa male il mondo...
Mi fa male il mondo,
mi fa male il mondo...

Mi fa bene comunque credere
che la fiducia non sia mai scomparsa
e che d'un tratto ci svegli un bel sogno
e rinasca il bisogno di una vita diversa.

Mi fa male il mondo, mi fa male il mondo...

Mi fa bene comunque illudermi
che la risposta sia un rifiuto vero
che lo sfogo dell'intolleranza
prenda consistenza e ridiventi un coro.

Mi fa male il mondo, mi fa male il mondo...

Ma la rabbia che portiamo addosso
è la prova che non siamo annientati
da un destino così disumano
che non possiamo lasciar ai figli e ai nipoti.

Mi fa male il mondo,
mi fa male il mondo...
Mi fa male il mondo,
mi fa male il mondo...

Mi fa bene soltanto l'idea
che si trovi una nuova utopia
litigando col mondo.

Gio 30 Settembre 2010, ore 23:10 - Jay ha scritto:

Grande Gaber...

Sab 2 Ottobre 2010, ore 08:43 - giovannicovini ha scritto:

Sì, anche a me fa male. Ma se provo a dire a mezza voce questo monologo mentre lo leggo, sento un'energia che mi dice: tu sì che sei meglio, che sei diverso, che sei altro da quelli di cui parli. Difatti ti permetti l'autoironia persino ostentata, cosicché nessuno possa dire di te qualcosa di negativo che tu non abbia già detto. Geniale, ma anche con quel filo di qualunquismo, di demagogia e di presunzione che a mio avviso hanno sempre smerigliato il candore delle sue parole. Anyway, era davvero un grande. E ti ringrazio per avermelo fatto incontrare ancora. gio.

Mer 6 Ottobre 2010, ore 19:15 - l'arida ha scritto:

...comcordo con Giovanni nel dire solo" grazie per avermelo ricordato!" A questo non sento di dover aggiungere altro!

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Salinger

Mar 28 Settembre 2010, ore 16:42

Nove racconti, J.D.Salinger. Un libro davvero splendido. Se non lo avete letto ve lo consiglio di cuore e di pancia! Ogni racconto un mondo e un viaggio, potrebbero essere benissimo un soggetto per un cortometraggio, una pièce teatrale, un film. Ve ne dedico uno. Buona lettura a tutti

Bella bocca e occhi miei verdi

Quando il telefono suonò, l’uomo coi capelli grigi chiese alla ragazza, con una sfumatura di deferenza, se per qualche ragione preferiva che non rispondesse. La ragazza lo udì come da lontano, e girò la faccia verso di lui, un occhio – quello dalla parte della luce – strettamente chiuso, l’altro sgranato, tondo, sia pure senza candore, e di un azzurro così intenso da sembrare quasi viola. L’uomo coi capelli grigi le disse di decidersi, e lei si rizzò sull’avambraccio destro con quel minimo di prontezza necessaria perché il movimento non apparisse una svogliata concessione. Si tirò indietro i capelli dalla fronte con la sinistra e disse: - Dio mio. Non so. Tu cosa dici? – L’uomo coi capelli grigi disse che per conto suo la cosa non aveva poi molta importanza, per lui era lo stesso, infilò la mano sinistra sotto il braccio su cui si reggeva la ragazza, sopra il gomito e fece scivolare le dita più in alto, aprendosi una strada tra le calde superfici del braccio e della parte toracica. Allungò la destra a prendere il telefono. Per arrivarci, dovette alzasi a sedere, e così facendo sfiorò con la testa un angolo del paralume. Per un attimo, la luce venne a cadere in pieno sui suoi capelli grigi, anzi, in gran parte bianchi, sia pure, forse, con qualche esagerazione, di un alone che “donava” molto. Benché fossero momentaneamente scompigliati, si vedeva che erano stati tagliati di fresco; o meglio sfumati di fresco. Sul collo e alle tempie erano stati ridotti alla lunghezza normale, ma sui due lati e alla sommità della testa erano stati lasciati parecchio più lunghi di quanto si usi, e avevano, per la verità, un’aria lievemente “artistica”. – Pronto? – disse nel microfono, con voce sonora. La ragazza rimase puntellata sull’avambraccio, con gli occhi fissi su di lui. I suoi occhi, non tanto attenti o pensosi quanto soltanto aperti, riflettevano soprattutto la loro grandezza e colore.

Una voce d’uomo – atona e tuttavia virante in qualche modo di una rude, quasi oscena urgenza – giunse dall’altra estremità del filo: - Sei tu Lee? Ti ho svegliato?

L’uomo coi capelli grigi lanciò una rapida occhiata verso sinistra, alla ragazza. – Chi è? – chiese. – Sei tu Arthur?
- Si.. T’ho svegliato?
- No, no. Ero a letto che leggevo. Qualcosa che non va?
- Davvero non t’ho svegliato? Dimmi la verità.
- No, no…assolutamente, - disse l’uomo coi capelli grigi.
Anzi, per dire le cose come stanno, non c’è più una notte… - Volevo solo chiederti, Lee, non hai mica notato quando Joanie è andata via? Non hai mica notato se è andata via con gli Ellenbogens, per caso?

L’uomo coi capelli grigi guardò di nuovo verso sinistra, ma questa volta in alto, non verso la ragazza, che ora lo stava osservando come uno di quei giovani poliziotti irlandesi dagli occhi color cielo. – No, Arthur, - disse, con gli occhi fissi nell’angolo lontano, in penombra, della stanza, là dove il muro incontrava il soffitto. – Non è venuta via con te?
- Cristo, no. Allora non l’hai neanche vista andare via?
- Be’, no, Arthur, mi rincresce ma non l’ho proprio vista, - disse l’uomo coi capelli grigi. – Per dire le cose come stanno, non ho visto un cristo di niente per tutta la serata. Come ho passato la porta mi sono fatto incastrare da quel rognoso d’un francese, o viennese, o cosa diavolo era. Non c’è uno di questi maledetti europei che non stia sempre con le orecchie dritte per scroccarti qualche consulenza legale appena può. Perché? Cosa succede? Joanie s’è persa per strada?
- Oh, Cristo e chi lo sa? Non capisco più niente. Tu lo sai come fa quando si sbronza e comincia a frignare che vuol venire via. Non lo so. Può anche darsi che…
- Hai telefonato agli Ellenbogens? – chiese l’uomo coi capelli grigi.
- Sì, non sono ancora arrivati. Non capisco più niente. Cristo, non sono nemmeno sicuro che sia venuta via con loro. So soltanto una cosa. Perdio, so una cosa sola. Mi sono stufato di mangiarmi il fegato. Dico sul serio. Questa volta dico sul serio. Mi sono stufato. Cinque anni, ti rendi conto?
- Va bene, ma adesso cerca di prenderla con calma, Arthur, - disse l’uomo coi capelli grigi. – Tanto per cominciare, se conosco gli Ellenbogens, è molto probabile che siano saltati tutti quanti in un taxi e siano calati giù al Village per un paio d’ore. Te li vedrai probabilmente sbarcare tutti e tre…
- Ho una mezza idea che si sia lavorato qualche bastardo nella cucina. È solo un’idea, ma fa sempre così: appena ha bevuto un po’, comincia a lavorarsi qualche bastardo nella cucina. Mi sono stufato. Dovessi fare non so cosa, giuro che stavolta dico sul serio. Cinque schifosissimi…
- Dove sei adesso, Arthur? – chiese l’uomo coi capelli grigi. – A casa tua?
- Sì. A casa mia! Per piccina che tu sia. Cristo.
- Be’, senti, cerca di prenderla con un po’ di… Come ti senti? Sei ubriaco, o cosa?
- Non lo so neanch’io. Come Cristo faccio a saperlo?
- Va bene, stammi a sentire adesso. Stai calmo. Cerca di calmarti, - disse l’uomo coi capelli
grigi. – Lo sai come sono gli Ellenbogens, li conosci, no? Probabilmente la spiegazione è molto semplice, probabilmente hanno perso l’ultimo treno. Te li vedrai probabilmente sbarcare a casa tua tutti e tre da un momento all’altro, freschi come…
- Erano in macchina.
- Come lo sai?
- La loro baby-sitter. Abbiamo avuto delle conversazioni addirittura scintillanti, io e quella ragazza. Ci sentiamo molto vicini. Siamo come due piselli nella stessa buccia.
- Ho capito. Ho capito. E con questo? Ti vuoi decidere a metterti lì tranquillo e vedere di distendere i nervi? – disse l’uomo coi capelli grigi. – Te li vedrai venire addosso tutti e tre,
da un momento all’altro. È la cosa più probabile, dammi retta. La conosci anche tu, Leona, no? Non capisco se è una forma di malattia o cosa…ma basta che uno stia nel Connecticut e appena mette piede a New York gli prende questa smania di correre da tutte le parti. Lo sai anche tu, no?
- Si, lo so. Lo so. Insomma non so.
- Ma si, scusa. Ragiona un momento. Quei due svitati hanno probabilmente trascinato Joanie a viva forza…
- Senti. Nessuno ha mai avuto bisogno di trascinare Joanie per portarsela dietro. Non tirarmi fuor la balla della viva forza, adesso.
- Nessuno ti tira fuori la balla della viva forza, Arthur, - disse l’uomo coi capelli grigi, con
calma. – Lo so, lo so! Scusami. Cristo, sto perdendo la testa. Dimmi la verità, t’ho svegliato?
- Se fosse te lo direi, Arthur, - disse l’uomo coi capelli grigi. Distrattamente ritirò la mano
sinistra di sotto al braccio della ragazza. – Sta’ a sentire, Arthur. Lo vuoi un consiglio? – disse. Prese il filo del telefono tra le dita, subito sotto il microfono. – Ti sto parlando molto seriamente. Vuoi un consiglio da amico?
- Si. Non so. Cristo, ti tengo sveglio tutta la notte. Se fossi in te, non farei altro che attaccare il…
- Stammi a sentire un minuto, - disse l’uomo coi capelli grigi. – Prima cosa, guarda che parlo
sul serio, mettiti a letto, cerca di distendere i nervi. Manda giù un bel bicchierino per dormire e mettiti sotto…
- Bicchierino! Ma vuoi scherzare. Avrò fatto fuori almeno un litro, in queste due ore. Chiamalo bicchierino! Sono talmente sbronzo che riesco appena a…
- Va bene, va bene. Mettiti a letto, allora, - disse l’uomo coi capelli grigi. – E cerca di
distendere i nervi … hai capito? Ragiona un momento. A che diavolo ti serve startene lì alzato a mangiarti il fegato, scusa?
- Lo so, hai ragione. Fosse solo per l’ora non starei mica in pena, figurati, ma come fai a fidarti di lei! Te lo giuro com’è vero Dio. Ti giuro che non ti puoi fidare. Ti puoi fidare di lei come ti puoi fidare di un…non so nemmeno io di cosa. Lasciamo perdere. Non so più nemmeno cosa mi dico.
- Va bene, ma adesso non pensarci più. Non starci a pensare. Vuoi farmi il santo piacere di levarti dalla testa tutta questa storia? – disse l’uomo coi capelli grigi. – Scusa, ma non hai
nessun motivo per comportati come un… francamente a me sembra che stai facendo una montagna…
- Lo sai cosa mi succede? Lo sai cosa mi succede? Mi vergogno a dirtelo, ma lo sai cosa mi succede tutte le sante sere? Quando arrivo a casa? Vuoi che te lo dica?
- Senti, Arthur, questo non…
- Aspetta un minuto… te lo voglio dire, già che ci sono. Devo tenermi, ma dico tenermi, capisci, per non andare a guardare dentro tutti gli armadi che abbiamo in casa… te lo giuro com’è vero Dio. Tutte le volte che faccio tardi, quasi quasi mi aspetto di trovare la casa piena di bastardi nascosti dappertutto. Ragazzi d’ascensore. Fattorini. Poliziotti…
- Va bene. Va bene. Cerchiamo di prendere le cose con calma, Arthur, - disse l’uomo coi
capelli grigi. Guardò improvvisamente verso destra, dove una sigaretta, accesa qualche tempo prima, era in equilibrio sull’orlo di un portacenere. Ma, vedendo che s’era spenta, non la prese. – Prima di tutto, - disse nel microfono, - ti ho detto e ripetuto mille volte, Arthur, che è precisamente questo l’errore più grosso che fai. Lo sai che cosa fai? Vuoi che ti dica che cosa fai? Tu fai di tutto, nota che parlo sul serio, tu fai tutto il possibile per torturare te stesso. Se andiamo a vedere, sei t il primo a ispirare Joanie… - S’interruppe. – Per tua fortuna è una ragazza straordinaria. Dico sul serio. E una ragazza così, tu la tratti come se fosse totalmente priva di buon gusto… o di cervello, perdio, e andiamo a vedere…
- Cervello! Vuoi scherzare? Non ne ha tanto così, di cervello! È un animale!
L’uomo coi capelli grigi, dilatando le narici, respirò piuttosto profondamente. – Siamo tutti degli animali, - disse. – Fondamentalmente, siamo tutti degli animali.
- Questo lo dici tu. Io non sono affatto un animale, perdio. Sarò magari un rimbambito, un aborto del ventesimo secolo, ma non certo un animale. Non venirmi a raccontare queste balle. Io non sono un animale.
- Senti, Arthur. Tutto questo non ci fa fare…
- Cervello. Gesù, se tu sapessi quanto mi fai ridere. La poveretta è convinta di essere un’intellettuale. È questo lo spasso. È questa la comica finale. Legge le critiche teatrali, e sta davanti alla televisione finché le sanguinano gli occhi… e dunque è un’intellettuale. Lo sai chi ho sposato io? Vuoi che ti dica chi ho avuto la fortuna di sposare? Ho sposato la più grande attrice in potenza, la più grande romanziera inedita, la più grande psicanalista incompresa, la più grande celebrità vivente e misconosciuta di tutta New York. Questo non lo sapevi, eh? Cristo, è così divertente che mi taglierei la gola. Madame Bovary s abbona al rotocalco. Madame…
- Chi? - chiese l’uomo coi capelli grigi, in tono seccato.
- Madame Bovary va alla scuola serale. Dio, se tu sapessi quanto…
- Va bene, va bene. Tu capisci che tutto questo non ci fa fare un passo avanti, - disse l’uomo coi capelli grigi. Si girò e portandosi due dita alle labbra fece segno alla ragazza che voleva una sigaretta. – Prima di tutto, - disse nel microfono, - per un uomo che ha un’intelligenza, di prim’ordine, lasciami dire che manchi di tatto in una maniera inverosimile-. Raddrizzò la
schiena, per permettere ala ragazza d allungare il braccio dietro di lui e prendere le sigarette.
- Lascia che te lo dica. Si vede dalla tua vita privata. Si vede dalla tua…
- Cervello. Oh, Dio, è troppo bello! Dio onnipotente! L’hai mai sentita quando si mette a parlarti di qualcuno… di un uomo, voglio dire? Un volta o l’altra, quando non hai niente da fare, fammi un favore, chiedile cosa ne pensa di qualcuno, chiunque. Qualsiasi uomo, per lei è sempre “affascinante da morire”. Vedrai. Può essere il tipo più decrepito, più miserabile, più lurido…
- D’accordo, Arthur, - disse seccamente l’uomo coi capelli grigi. – Tutto questo non ci fa fare
un solo passo avanti. Uno che è uno -. Prese la sigaretta accesa che la ragazza gli porgeva. Lei ne aveva accese due. – A proposito, - disse facendo uscire il fumo dal naso, - come te la sei cavata, oggi.?
- Come?
- Come te la sei cavata oggi? - Ripeté l’uomo coi capelli grigi. – Com’è andata la causa?
- Oh, Cristo! Non so. Male. Stavo giusto per presentare le mie conclusioni, quando l’avvocato della parte lesa, Lissberg, se ne arriva in aula con questa deficiente di cameriera e un mucchio di lenzuola. La prova, capisci? Piene zeppe di macchie di cimici. Cristo!
- E allora che è successo? Hai perduto? - chiese l’uomo, coi capelli grigi, aspirando dalla sigaretta.
- Sai chi era il giudice. Il vecchio Vittorio. Cosa diavolo abbia quel tipo contro di me non riuscirò mai a capirlo. Non ho ancora finito di aprir bocca che lui è già lì a picchiarmi in testa. Non si può ragionare, con un tipo simile. E’ impossibile.
L’uomo coi capelli grigi voltò la testa per vedere cosa stesse facendo la ragazza. Lei aveva preso il portacenere e l’aveva posato sul letto, in mezzo a loro. – Insomma, hai perso o cosa è successo? - disse nel telefono.
- Come?
- Ho detto: hai perso?
- Si. Te lo volevo dire. Alla festa non ho potuto parlartene, con tutto quel casino. Dici che l’Erede farà fuoco e fiamme, secondo te? Non che me ne freghi niente, ma tu cosa pensi? Pensi che salterà in aria?
Con la mano sinistra, l’uomo coi capelli grigi prese a modellare la cenere della sigaretta sul bordo del portacenere. – Non so fino a che punto salterà in aria, Arthur, - disse piano. – Ma certo ci sono parecchie probabilità che la cosa non gli faccia molto piacere. Lo sai da quanti anni il nostro studio rappresenta quei tre maledetti alberghi? E’ stato il vecchio Stanley in persona a…
- Lo so, lo so. L’Erede me l’ha raccontato almeno cinquanta volte. È una delle storie più commoventi che abbia mai sentito in vita mia. Va bene, e così ho perso la porca causa. Prima di tutto, non è stata colpa mia. Tanto per cominciare, quel mentecatto di Vittorio mi tartassa dal principio alla fine. Poi quella cameriera deficiente comincia a far circolare in aula delle lenzuola piene di macchie..
- Nessuno ha detto che sia colpa tua, Arthur, - disse l’uomo coi capelli grigi. – Mi hai
domandato se ritengo che l’Erede farà fuoco e fiamme. Io mi sono limitato a dirti onestamente…
- Lo so…lo so benissimo…è che non capisco più niente. Cosa vuoi che ti dica? Comunque ho una mezza idea di tornarmene nell’esercito. Te l’ho mai detto?
L’uomo coi capelli grigi girò di nuovo la testa verso la ragazza, forse per consentirle di vedere quanta sopportazione, addirittura stoicismo, ci fosse nel suo contegno. Ma la ragazza non ebbe modo di vederlo. Un attimo prima aveva rovesciato il portacenere col ginocchio, e in gran fretta, con le dita, stava raccogliendo la cenere versata in n mucchietto; alzò gli occhi su d lui con un istante di ritardo. – No, non me l’hai mai detto, Arthur, - disse l’uomo al telefono.
- Si. Ci sto pensando. Non ho ancora deciso niente, si capisce. Non è che l’idea mi entusiasmi, figurati, e se appena posso farne a meno non ci andrò. Ma può darsi che non ci sia altra soluzione. Non so. Così per lo meno non pensi più a niente. Se mi ridanno il mio fucilino, e la mia bella scrivania, e la mia bella zanzariera, può darsi che…
- Vorrei far entrare un po’di buon senso in quel tuo testone, ragazzo mio, ecco cosa vorrei fare, - disse l’uomo coi capelli grigi. – Per una persona dotata di… Per una persona che passa per intelligente, stai parlando come un bambino di tre anni. E te lo dico in tutta sincerità. Tu lasci che un microscopico mucchio di microscopiche sciocchezze si gonfi a un punto tale che ti rintrona talmente la testa che ala fine non sei più assolutamente in grado di…
- Avrei dovuto piantarla. Questo dovevo fare. Avrei dovuto tagliare netto l’estate scorsa, quando ero già più che a metà strada…se non lo sai. E lo sai perché non l’ho fatto? Vuoi che ti dica perché non l’ho fatto?
- Arthur. Per l’amor di Dio. Tutto questo non ci fa fare un solo passo avanti.
- Aspetta un momento. Lascia che ti dica il perché. Vuoi sapere perché non l’ho fatto? Ti posso dire esattamente il perché. Perché mi faceva compassione. Questa è la pura e semplice verità. Mi faceva compassione.
- Be’, io non lo so. Voglio dire, sono cose fuori dalla mia giurisdizione, - disse l’uomo coi capelli grigi. – Se permetti, però, la sola cosa di cui mi sembra che non tieni conto, è che Joanie non è più una bambina, è una donna adulta. Non so, ma mi sembra…
- Una donna adulta! Ma sei pazzo? È una bambina adulta, vorrai dire! Senti, io mi sto facendo la barba, senti questa, io per esempio sono in bagno a farmi la barba, e di punto in bianco lei mi chiama da dove diavolo è, sulla forca, nell’ultima stanza dell’alloggio. Io vado a vedere cosa succede, corro, pianto tutto a metà, la faccia coperta di schiuma. E lo sai cosa vuole, per esempio? Vuole chiedermi se, secondo me, lei è una ragazza intelligente. Giuro. È addirittura patetica, te lo dico io. Certe volte la sto a guardare mentre dorme, e so cosa mi dico. Puoi credermi.
- Be’, queste cose che tu sai meglio… voglio dire, sono cose fuori dalla mia giurisdizione, -
disse l’uomo coi capelli grigi. – Resta sempre il fatto che tu non fai un accidente di niente di costruttivo per…
- Siamo male assortiti, questo è il fatto. Questa è la pura e semplice verità. Non siamo fatti l’uno per l’altra. Lo sai di che cosa ha bisogno lei? Ha bisogno di uno di quei pezzi di bastar doni di poche parole, che di tanto in tanto prende e le dà una sberla da farla cadere per terra… poi si rimette seduto e finisce di leggere il giornale. È di questo che ha bisogno. Io sono troppo debole, per lei. L’avevo capito già prima di sposarla…ti giuro che l’avevo già capito. Tu queste cose non le sai, sei un dritto, tu, non ti sei mai sposato, ma di tanto in tanto, prima di sposarsi, capita che uno vede cosa gli succederà dopo che sarà sposato, come al cinema, quando dànno il prossimamente. Io ho chiuso gli occhi. Ho fatto finta di non vederlo, il mio prossimamente. Sono un debole. Questa è la verità, pura e semplice.
- Non è che sei debole. È che non usi il cervello, - disse l’uomo coi capelli grigi accettando
una sigaretta accesa dalla ragazza.
- Si che sono debole! Si che sono debole! Saprò bene se sono debole o no, Cristo santo! Se non fossi un debole non crederai che lascerei andare tutto a… Ma lasciamo perdere! Si che sono debole…Dio, ti tengo alzato tutta la notte. Perché non mi mandi all’inferno e riattacchi? Dico sul serio. Mandami al diavolo.
- Non ti voglio mandare al diavolo, Arthur. Vorrei aiutarti, se solo è umanamente possibile, -
disse l’uomo coi capelli grigi. – A me sembra che sei tu stesso il tuo peggior…
- Non mi rispetta. E d’amore è meglio non parlarne neanche, per carità di Dio. Fondamentalmente, in ultima analisi, io stesso non posso più dire di amarla. Non so. Certe volte mi sembra di si, certe volte di no. È una cosa che varia. Che fluttua. Cristo! Tutte le volte che mi carico per battere i pugni sul tavolo, andiamo a cena fuori, magari, o capita che le do un appuntamento da qualche parte e lei se ne arriva magari con certi guanti bianchi o una cosa così, no? Non so. Oppure mi metto a pensare ala prima volta che andammo in macchina su a New Haven, per la partita con Princeton. Tornando bucammo una gomma, e faceva un freddo dell’accidente, e lei teneva la lampada mentre io cambiavo quella porca ruota…capisci cosa voglio dire. Non so. Oppure mi metto a pensare, Cristo, è così imbarazzante, comincio a pensare a quella stronza di poesia che le mandai quando cominciammo a uscire insieme. “Rosa e bianco i miei colori, bella bocca e occhi miei verdi”. Dio se è imbarazzante… una volta mi faceva sempre pensare a lei. Non che lei abbia gli occhi verdi, ha degli occhi come delle porche conchiglie, porca vita, ma mi facevano lo stesso pensare a lei, quei versi…non so. Lasciamo perdere, che tanto parlo solo a vanvera. Mandami al diavolo, cosa aspetti? No, senti, sul serio.
L’uomo coi capelli grigi si schiarì la voce e disse: - Non ho nessuna intenzione di mandarti al diavolo, Arthur. C’è solo una…
- Una volta mi comprò un vestito. Coi suoi soldi. Te l’ho mai raccontato?
- No, io…
- Non fece altro che entrare da Tripler, mi pare che fosse, e comprarlo. Fece tutto da sola. Insomma, no, è capace di avere dei pensieri così. Il bello è che non mi andava neanche poi tanto male. C’era solo da stringere un po’ sul dietro, nei pantaloni, e accorciarli. Insomma, no, questi pensieri li ha, capisci cosa voglio dire?
L’uomo coi capelli grigi rimase in ascolto ancora per un momento. Poi, d’un tratto, si volse verso la ragazza. Lo sguardo che le lanciò, sebbene solo di sbieco, bastò tuttavia a informarla di ciò che stava accadendo all’altro capo del filo. – Su, Arthur. Adesso stammi a sentire. Non devi far così, non serve a niente, - disse nel microfono. – Non serve assolutamente a niente. Dico sul serio. Adesso stammi bene a sentire. Ti parlo in tutta sincerità. Svestiti e mettiti a letto, è la cosa migliore. E cerca di distendere i nervi. Joanie arriverà probabilmente tra due minuti. Non vorrai che ti veda in quello stato, no? Quei maledetti Ellenbogens ti sbarcheranno probabilmente in casa con lei. Non vorrai mica che tutta la banda ti veda in quello stato, no? - Restò in ascolto. – Arthur? Mi hai sentito?
- Dio, ti sto tenendo sveglio tutta la notte. Tutto quello che faccio, non…
- Non mi stai tenendo sveglio tutta la notte, - disse l’uomo coi capelli grigi. – non ti
preoccupare. Te l’ho già detto, è già un po’ che non riesco a dormire più di quattro ore per notte. Quel che vorrei fare, però, se solo è umanamente possibile, ti vorrei dare una mano, capisci? - Rimase in ascolto. – Arthur? Sei lì?
- Si. Sono qui. Senti. Ormai ti ho tenuto sveglio tutta la notte. Non potrei fare un salto lì da te a bere qualcosa? Ti secca?
L’uomo coi capelli grigi raddrizzò la schiena e si mise il palmo della mano libera sopra la testa. – Venir qui, dici?
- Si. Sempre che per te vada bene, si capisce. Starò solo un minuto. Ho solo voglia di sedermi da qualche parte e… non so. Ti seccherebbe molto?
- Figurati. Ma il fatto che secondo me sarebbe uno sbaglio, Arthur, - disse l’uomo coi capelli
grigi togliendosi la mano dalla testa. – Voglio dire, se sempre il benvenuto qui da me, figurati, ma francamente credo che faresti meglio a startene lì tranquillo finché Joanie non rientra. Te lo dico francamente. Cos’è che ti conviene di più? Ti conviene essere lì sul posto quando lei arriva, no? Non ti pare?
- Si. Non so neanch’io. Giuro com’è vero Dio che non lo so.
- Be’, io credo che è questo che ti conviene, francamente, - disse l’uomo coi capelli grigi. – Senti. Perché non t’infili a letto, tanto per cominciare, e cerchi di distendere i nervi, e poi, più tardi, se ti va, magari mi ritelefoni, no? Voglio dire, se ti viene voglia di parlare con qualcuno. E non mangiarti il fegato. Questa è la prima cosa. M’hai sentito? Vuoi fare com ti dico, adesso?
- Va bene.

L’uomo coi capelli grigi tenne ancora per un momento il ricevitore contro l’orecchio, poi lo posò.
- Che ha detto? - chiese immediatamente la ragazza.
L’uomo prese la sua sigaretta dal portacenere; cioè, ne scelse una da un cumulo di sigarette fumate a metà. Aspirò e disse: - Voleva venire qui a bere qualcosa.
- Dio! E tu cosa gli hai detto? - disse la ragazza.
- Hai sentito, no? - disse l’uomo coi capelli grigi, e la guardò. – Hai sentito anche tu cosa gli ho detto, no? - Schiacciò la sigaretta.
- Sei stato meraviglioso. Assolutamente perfetto, - disse la ragazza, guardandolo. – Dio santo, mi sento come un cane bastonato.
- Be’, - disse l’uomo coi capelli grigi, - è una brutta situazione. Non so se sono poi stato tanto meraviglioso.
- E come. Sei stato perfetto, - disse la ragazza. – Sono distrutta. Sono assolutamente distrutta. Guardami!
L’uomo coi capelli grigi la guardò. – Be’, certo che è una situazione impossibile, - disse. – Se ci pensi un momento, è una storia così fantastica che non fa neppure…
- Caro…scusa, - disse in fretta la ragazza, e si sporse in avanti. – Mi sembra che stai bruciando-. Con le dita unite, gli diede sul dorso della mano un breve colpetto secco. – No. Era solo cenere -. Si riappoggiò all’indietro. – No, sei stato meraviglioso, - disse. – Dio, mi sento letteralmente come un cane bastonato!
- Be’, certo è una situazione molto, molto penosa. È chiaro che il poveraccio sta passando le pene…
Improvvisamente il telefono suonò.
L’uomo coi capelli grigi disse: - Cristo! - ma lo tirò su prima del secondo squillo. – Pronto? - disse nel microfono.
- Lee? Stavi dormendo?
- No, no.
- Scusa sai, ma ho pensato che ti avrebbe fatto piacere saperlo. Joanie è arrivata adesso.
- Cosa? - disse l’uomo coi capelli grigi, e si coprì gli occhi con la mano, benché la luce fosse
dietro di lui.
- Si. È arrivata adesso adesso. Nemmeno dieci secondi dopo che avevo parlato con te. Ho pensato di avvertirti mentre lei è di là al gabinetto. Senti, volevo ringraziarti, Lee. Dico sul serio…ai cosa voglio dire. Non dormivi mica, eh?
- No, no. Stavo solo… No, no, - disse l’uomo coi capelli grigi, sempre coprendosi gli occhi
con le dita. Si schiarì la gola.
- Si. Pare che sia andata così, che Leona era fradicia e a un certo punto ha aperto le cateratte, e Bob ha chiesto a Joanie di venir via con loro e accompagnarli a bere qualcosa da qualche parte, per rifare la pace. Non so bene. Sai com’è, no? Molto complicato. Comunque adesso è qui a casa. Roba da pazzi. Per me, è tutta colpa di questa maledetta New York. Quel che ho in mente di fare, se tutto va avanti bene, ho una mezza idea di cercare un posticino tranquillo nel Connecticut. Non troppo lontano, si capisce, ma abbastanza fuori mano per poter fare una vita un po’ normale. Lei va matta per le piante e i fiori e tuta quella roba lì. Farebbe probabilmente dei salti alti così se avesse il suo giardino e tutta la baracca. Capisci cosa voglio dire, no? Perché vedi, tranne te, chi conosciamo a New York salvo un banda di nevrotici? Prima o poi, anche la persona più normale di questo mondo va a finire che crolla. Capisci, no?

L’uomo coi capelli grigi non rispose. I suoi occhi, dietro il riparo della mano, erano chiusi.

- Comunque gliene voglio parlare stanotte. O magari domattina. È ancora un po’ partita, adesso. Perché fondamentalmente devo dire che è una bravissima ragazza, e se c’è solo una minima possibilità di rimettere le cose a posto tra di noi, saremmo proprio due stupidi a non tentare. Mentre ci sono, voglio anche cercare di sistemare questo pasticcio delle cimici. Ci ho riflettuto. Mi stavo chiedendo, Lee. Tu credi che se andassi a parlare personalmente all’Erede, potrei…
- Arthur, se non ti rincresce, ti sarei grato…
- Dico, adesso non metterti in testa che ti ho ritelefonato perché sono preoccupato per il mio posto o roba del genere. Non ci penso neppure. Fondamentalmente non me ne frega niente. Solo che pensavo, se posso sistemare le cose con l’Erede senza starmi a mangiare il fegato, sarei un vero cretino a…
- Senti, Arthur, - interruppe l’uomo coi capelli grigi, togliendosi la mano dalla faccia, - tutto a un tratto m’è venuto un gran mal di testa. Non capisco da dove mi arriva questo accidente. Ti spiace se adesso interrompiamo? Ne riparliamo domattina… va bene? - Restò in ascolto
ancora per qualche secondo, poi abbassò il ricevitore.
Di nuovo la ragazza gli parlò immediatamente, ma lui non rispose. Raccolse una sigaretta accesa, quella della ragazza, dal portacenere e fece per portarsela alle labbra, ma gli sfuggì di mano. La ragazza cercò di aiutarlo a ricuperarla prima che si bruciasse qualcosa, ma lui disse di star ferma, per l’amor di Dio, e lei ritirò la mano.

Mar 28 Settembre 2010, ore 20:43 - Pasquale ha scritto:

Uno dei miei racconti preferiti...

Mer 29 Settembre 2010, ore 22:17 - Jay ha scritto:

Destabilizzante, in ogni senso... Ma stavi dormendo? Non volevo svegliarti davvero...

Gio 30 Settembre 2010, ore 18:44 - ali ha scritto:

mai letto...mi mancava e non doveva.
letto ieri sera prima di dormire...decisamente angosciante..e credo fosse l'obiettivo..terribilmente riuscito.
grazie max, bello davvero.

Mer 6 Ottobre 2010, ore 19:53 - l'arida ha scritto:

più snervante e angoscioso di una bufera di sabbia del deserto!

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Senza Titolo

Dom 19 Settembre 2010, ore 11:18

In questo momento in cui si parla tanto di vivisezione e sperimentazione sugli animali,dopo la Direttiva europea, sento il bisogno di dedicarvi un piccolo racconto che fa parte di una raccolta di Luca Spennacchio. Io ho avuto il piacere di incontrarlo a maggio in occasione di una sua mostra fotografica. È molto bello ascoltare le sue parole e guardare attraverso i suoi occhi. L’unico rammarico che ho è che certe cose le può capire solo chi vive o ha vissuto con un animale……

Gocce per l’anima

Si guardò il palmo delle mani: le piccole vesciche bianche bruciavano circondate da aloni di pelle arrossata. Non aveva mai usato una vanga.
Il mucchietto di terra smossa sembrava tanto piccolo ora, eppure scavare la fossa era stata dura.
Le dita sembravano di cuoio e le ossa di legno. Mosse la mano scricchiolante per prendere un fazzoletto dalla tasca: si asciugò il sudore insieme con le lacrime.
In lui solo gli occhi arrossati tradivano il pianto; come si potrebbero distinguere le lacrime dal sudore?
L’espressione del viso non era quella di chi soffre, non più per lo meno. La sofferenza l’aveva consumata di nascosto, accasciato a terra, in un cantuccio buio della sua casa ormai vuota. Il distacco, la tagliente consapevolezza dell’ineluttabile verità, cose che andavano vissute dentro,in solitudine, cose che non potevano -né dovevano- essere condivise, disperse.
Quelle che si stava asciugando dal volto erano lo strascico del dolore, erano il dolce e definitivo commiato, come un fazzoletto sventolato alla stazione dei treni. L’aveva stretto a sé, in grembo, dondolando come a cullarlo per l’ultima volta, gemendo. Lì nessuno avrebbe potuto confondere le lacrime con altro. Lì il volto era contratto e il lamento era strozzato in gola.
Ma ora non era più tempo di soffrire, era tempo di rimboccarsi le maniche, riorganizzare la propria vita. Riorganizzarla senza di lui.
Ripose il fazzoletto e strinse il legno levigato della vanga. Le lacrime, considerò, solo all’uomo è dato di conoscerle. Che siano gocce per lavarsi l’anima? Anche gli altri animali piangono, ma non lacrimano. Non che non abbiano un’anima, il punto è che, forse, non hanno necessità di lavarla.
Poggiò la vanga nell’erba, si battè i calzoni per liberarli dalla polvere e indossò la camicia che aveva appeso ad un ramo del noce. Fece tutto con estrema lentezza.
Prima di andarsene guardò ancora una volta il mucchietto di terra smossa. “E adesso…diventa fior, amico mio.”
Il mondo riprese a girare e la sera lasciò in breve il campo alle stelle della note, eppure a quell’uomo pareva ancora di sentire con chiarezza lo zampettare del compagno alle sue spalle.

Lun 20 Settembre 2010, ore 22:12 - Jay ha scritto:

...lacrima...

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