pensierini a piacere dell'anno 2011

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PINA

Sab 3 Dicembre 2011, ore 16:38

Leggo e giro direttamente dalla pagina fb di una mia carissima amica Marina Rippa.
Mi sembra perfetto unitamente alla visione del film di Wim Wenders su questa donna straordinaria. Spero sia illuminante per voi come lo è stato per me.
Grazie Marina.

Lectio magistralis di Pina Bausch, pronunciata a Bologna il 25 novembre 1999 in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Discipline dello Spettacolo

“Dance, dance, otherwise we are lost”
Signore e signori, vorrei cominciare con una storia. Una volta, in Grecia, sono andata a visitare alcune famiglie di zingari. Ci siamo seduti insieme e abbiamo parlato; a un certo punto tutti hanno cominciato a ballare e io dovevo partecipare. Avevo una gran paura e la sensazione di non essere in grado. Allora è venuta da me una ragazzina, forse sui dodici anni, e mi ha pregato ripetutamente di danzare assieme a loro. Diceva: “Dance, dance, otherwise we are lost”. Balla, balla, altrimenti siamo perduti.
Ancora un’altra bellissima storia. Un uomo anziano a Wuppertal mi ha raccontato di sua madre centenaria, al suo paese in Turchia, che gli ha sempre detto: “Nicht weinen, singen”. Non piangere, canta.

Danzare deve avere un fondamento diverso dalla pura tecnica e dalla routine. La tecnica è importante, ma è solo un presupposto. Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ma ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che fare. A questo punto comincia la danza, e per motivi del tutto diversi dalla vanità.Non per dimostrare che i danzatori sanno fare qualcosa che uno spettatore non sa fare. Si deve trovare un linguaggio – con parole, con immagini, movimenti, atmosfere – che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre. È una conoscenza molto precisa. I nostri sentimenti, quelli di tutti noi, sono molto precisi. È però un processo molto, molto difficile da rendere visibile. Io so bene che si tratta di qualcosa con cui si deve essere molto cauti. Se si traduce troppo in fretta in parole, può scomparire o diventare banale. Ma ciò nonostante si tratta di una conoscenza molto precisa, che possediamo tutti, e la danza, la musica ecc. sono linguaggi molto esatti, con cui è possibile fare intuire questa conoscenza. Non si tratta di arte, e neanche di una semplice capacità. Si tratta della vita, e dunque di trovare un linguaggio per la vita. E si tratta sempre, lo ripeto, di qualcosa che non è ancora arte, ma che forse potrebbe diventarlo.

Fin dall’infanzia la danza è stata per me un mezzo di espressione molto importante. Con la danza potevo esprimere tutte quelle emozioni che non sapevo dire a parole. Sono talmente tanti i differenti stati d’animo, tante le sfumature e le tonalità che si possono esprimere attraverso la danza. Ed è questo ciò che conta: si deve conservare la ricchezza, non limitarla, si devono rendere visibili e percepibili tutte le diverse sfumature.

Più tardi, durante la mia formazione alla Folkwangschule di Essen ho imparato anche a conoscere i miei limiti. Con ciò non intendo i limiti dell’anima, che è illimitata, ma i limiti della forma, del proprio corpo. La caratteristica meravigliosa della Folkwangschule era che sotto lo stesso tetto venivano insegnate sia le arti sceniche sia le arti figurative. Quindi la musica, l’opera, il teatro, la danza accanto alla pittura, la scultura, la fotografia, la grafica, il disegno tessile ecc. era più che ovvio che tutto si alimentasse reciprocamente, che si ricevesse e si imparasse un po’ da tutto. Da allora, per esempio, non sono più in grado di vedere niente senza metterlo in relazione con lo spazio. Questo modo di vedere spaziale è una componente importantissima del mio lavoro. Al di là della qualità straordinaria di insegnanti come Hans Züllig o Jean Cébron, la formazione, grazie alla concezione visionaria e alla direzione di Kurt Jooss, era unica per pluralità e complessità. La formazione dei danzatori includeva la danza classica, stili diversi di danza contemporanea, parti del folklore europeo, composizione ecc.
Più tardi, a New York, al termine della mia formazione, ho di nuovo incontrato questa molteplicità, una molteplicità della vita. Vivere da sola e lavorare in una città di quel genere, dove ci sono tante persone diverse con mentalità differenti, ha provocato in me un’impressione molto profonda e importante. Si impara che nulla può essere separato. Che tutto coesiste contemporaneamente e che tutto è importante e vale allo stesso modo. Che si deve avere un grande rispetto per tutti i diversi modi di vivere e di vedere la vita. Anche questo è un aspetto importante del nostro lavoro. Come compagnia siamo un gruppo misto e variegato di persone: i danzatori vengono da ogni parte del mondo, da culture molto diverse tra loro. Ormai è diventata un grande reticolo, una gigantesca famiglia, con collegamenti dovunque, in tutte le culture. Il nostro lavoro non è vincolato da alcun confine, ma li attraversa tutti. È come le nuvole, come il sole, come la musica. Se io fossi un uccello, sarei forse un uccello tedesco?

Allora, dopo il mio periodo a New York, quando ritornai in Germania, in realtà volevo danzare. Siccome però non c’erano praticamente coreografie, ho cominciato a crearle io. Questo avvenne anche in seguito, quando il sovrintendente Arno Wüstenhöfer mi portò a Wuppertal. In principio volevo danzare io. Ma c’erano tutti i vari danzatori che desideravano ballare e per farli felici ho creato pezzi per loro e ho messo da parte il mio personale desiderio di danzare. All’inizio abbiamo lavorato con opere musicali che offrono già una certa indicazione. Ho scelto solamente quei lavori che mi lasciavano una qualche libertà di inserirvi qualcosa di mio. Ad esempio Gluck mi ha lasciato, con Ifigena e con Orfeo e Euridice, moltissimo spazio per intervenire nell’opera facendovi confluire qualcosa di assolutamente personale, che sentivo di dover esprimere. In queste opere ho trovato esattamente quello di cui dovevo parlare. Da ciò è nata poi una nuova forma: l’opera danzata. In un’altra direzione ho poi cercato contenuti particolari e altre forme. Ne è stato un esempio il lavoro che in seguito si è chiamato Fritz. Più tardi, quando abbiamo creato Macbeth per il teatro Bochum, è nato il modo di lavorare attraverso le domande.

Semplicemente perché in quel pezzo c’erano degli attori, dei danzatori, una cantante e un pasticcere. Non potevo pretendere dagli attori una sequenza di movimenti, perciò dovevo cominciare da un altro punto di partenza. Quindi ho posto loro le stesse domande che rivolgevo a me stessa. Le domande servono per avvicinarsi in modo molto cauto alla tematica. È un procedimento di lavoro molto aperto e nello stesso tempo però anche molto preciso. Perché io so sempre esattamente ciò che cerco, ma lo so con la mia sensibilità e non con la testa. Perciò non si può mai domandare in modo troppo diretto. Sarebbe troppo grossolano e le risposte sarebbero troppo banali. Io so cosa cerco ma non posso spiegarlo. Ciò che cerco non va disturbato con le parole ma va portato alla luce con tanta pazienza. Le cose più belle sono nella maggior parte dei casi completamente nascoste. Vanno prese, curate e fatte crescere pian piano. Per procedere in questo modo ci vuole una grande fiducia reciproca. Perché ci sono sempre da superare delle soglie d’imbarazzo. Per questa ragione a me piace lavorare con danzatori che hanno una certa timidezza, un certo pudore, che non si svelano facilmente. È molto importante che esista questo pudore, questa esitazione, quando si arriva a un certo limite nel lavoro. Chi semplicemente si esibisce, è fuori posto. Il pudore garantisce che se, per esempio, qualcuno mostra qualcosa di molto piccolo, questo sia davvero qualcosa di speciale e che venga visto anche come tale. Proprio qui sta la difficoltà: indurre qualcuno, per così dire, a trovarlo.

Permettetemi di dire qualche cosa sulle persone straordinarie con le quali lavoro.
Io non assumo infatti in primo luogo il danzatore, a me interessa soprattutto la sua personalità, ciò che di irripetibile e di singolare c’è in lui. Negli spettacoli ognuno è totalmente se stesso: nessuno deve recitare. Durante il lavoro, cerco di condurre ciascuno a trovare da sé quel che cerco. Solo allora egli risulta convincente, perché è autentico. Solo in questo modo posso essere certa che ognuno abbia cura ciò che ha trovato e sia in grado di mostrarlo. Ogni dettaglio è importante, qualsiasi cambiamento, perché ogni spostamento causa un effetto diverso. Tutto ciò che troviamo durante le prove viene accuratamente esaminato e messo alla prova, per capire se resiste anche nelle condizioni più difficili. Non accetto nulla cui io non possa credere, che non mi convinca. Dopo tante domande, alla fine rimangono solo pochissime cose che poi vanno a costituire lo spettacolo. Tutto viene continuamente rivoltato e ripensato. Ogni dettaglio subisce una grande quantità di mutamenti, finché alla fine trova il posto giusto. Occorre ogni volta molto tempo, prima che qualcosa cominci a scorrere. Se non si presta attenzione anche alla più minuta piccolezza, il lavoro va in una direzione sbagliata ed è molto difficile correggerlo. Perciò ci vuole una enorme precisione e onestà in questo lavoro e tanto coraggio. Mostriamo qualcosa di personale, che però non è privato. Si mostra qualcosa di ciò che tutti condividiamo. Per trovarlo è richiesta molta pazienza e la disponibilità a ricominciare a cercare ogni volta da capo. Vorrei provare a chiarire un fraintendimento che sorge spesso. Anche se si dice che il Tanztheater è una forma completamente nuova, io non ho mai avuto l’intenzione di creare uno stile specifico o un nuovo teatro. La forma è nata da sé, dalle domande che io mi ponevo. Nel mio lavoro ho sempre cercato qualcosa che ancora non conosco. È una ricerca continua e persino dolorosa, una lotta. Ricercando non c’è nulla su cui ci si possa basare: nessuna tradizione, nessuna routine. Non esiste nulla a cui ci si possa aggrappare. Si sta completamente soli di fronte alla vita e alle esperienze che si fanno e si deve cercare di rendere visibile o almeno intuibile ciò che si sa da sempre. Questo è ciò che ogni artista ricomincia a fare in ogni periodo storico. E non è nemmeno d’aiuto l’aver già fatto tanti spettacoli. Con ogni spettacolo questa ricerca ricomincia da capo e ogni volta ho paura di non poterci riuscire. I modi nel Tanztheater derivano da una precisa necessità e anche da un bisogno: trovare un linguaggio per ciò che non può essere espresso in altra maniera.

La stessa cosa vale per la scenografia. Terra, acqua, foglie o sassi in scena creano un’esperienza sensoriale del tutto particolare. Modificano i movimenti, disegnano tracce dei movimenti, producono determinati odori. La terra si attacca alla pelle, l’acqua penetra nei vestiti, li rende pesanti e produce dei rumori. I mattoni di un muro abbattuto rendono il camminare difficile e insicuro. Se si porta all’interno di un teatro qualcosa che normalmente sta al di fuori, ci si apre lo sguardo. Improvvisamente si vedono cose che si credeva di conoscere in modo del tutto nuovo – come se fosse la prima volta. I molti materiali che usiamo sono cose naturali, che normalmente non hanno a che fare con quel luogo. Esse ci irritano e ci invitano a guardare in modo completamente diverso. Impegnano i nostri sensi e ci portano a non pensare più e a cominciare invece a percepire, a sentire. I danzatori non indossano calzamaglie o costumi stilizzati. Gli abiti sono in parte vestiti normali e in parte vestiti lussuosi e bellissimi. Naturalmente anche eleganti, estremamente eleganti, ma l’eleganza viene anche spezzata. Figure strane, a volte grottesche, che non si riesce a inquadrare direttamente. I colori per me sono importanti, estremamente importanti. Da un lato non ci si differenzia dalla vita normale, dall’altro però si mostra la grande ricchezza di forme e colori che da sempre è esistita. La stessa cosa vale per le musiche di vari paesi e diversi periodi. Le musiche mostrano con quanta precisione e in quanti modi diversi si possono esprimere i sentimenti. È una tale ricchezza che non si può mai finire di cercare e di imparare. Solo che anche qui si tratta di un difficile e lungo processo, per compiere la scelta definitiva e collegare la musica con quanto avvierei scena. Non posso dire da dove traggo la certezza che funzioni. Ma tra i moltissimi pezzi musicali che ascolto per ogni produzione, ce n’è uno per ogni scena che davvero sia adatto.

Animali e fiori, tutte le cose che usiamo in scena, appartengono alla nostra vita quotidiana. Ci sono ad esempio dei coccodrilli o c’è una storia d’amore bella e triste con un ippopotamo. Con tutto questo si possono raccontare delle storie, là dove non si riesce con le parole. E nello stesso tempo si può mostrare qualcosa della solitudine, della necessità, della tenerezza. Per questo non occorrono spiegazioni o allusioni. Tutto è direttamente visibile. Ogni spettatore lo può vedere con il proprio corpo e con il cuore. Questa è la cosa meravigliosa della danza: il corpo è una realtà senza la quale niente è possibile, ma oltre la quale si deve anche saper andare. Esso ci dà qualcosa di molto concreto, che ci può toccare e sentire e che ci commuove. Gli spettatori fanno sempre parte della rappresentazione quanto ne faccio parte io stessa, anche se non sono presente in scena. Ognuno è invitato a fidarsi dei propri sentimenti. Nei nostri programmi di sala non si trovano mai delle indicazioni rispetto al modo in cui vanno intesi gli spettacoli. Dobbiamo fare le nostre esperienze, come nella vita. Non ci può aiutare nessuno.

La fantastica possibilità che abbiamo in scena è che ci è permesso compiere azioni che nella vita normale non si possono e non si devono fare. Con questo cerco di capire da dove vengono certe emozioni. Le contraddizioni sono importanti. Tutto deve essere osservato, non si può escludere nulla.
Solo così possiamo intuire in che tempo viviamo. La realtà è molto più vasta di quanto siamo in grado di comprendere. Talvolta possiamo chiarire qualcosa soltanto confrontandoci con ciò che non sappiamo. E talvolta le domande che ci poniamo conducono a esperienze che sono molto più antiche, che non appartengono soltanto alla nostra cultura, al qui e ora. È come se ritornasse a noi una conoscenza che da sempre ci appartiene, ma della quale non siamo più consapevoli e contemporanei.
Ci fa ricordare qualcosa che è comune a tutti noi. Questo ci da grande forza e speranza.
Le domande non cessano mai e nemmeno la ricerca. C’è in essa qualcosa di infinito, e questa è la cosa bella. Se guardo al nostro lavoro, ho la sensazione di avere appena cominciato.
Vi ringrazio."

Sab 3 Dicembre 2011, ore 17:05 - Pasquale ha scritto:

Splendida lezione; ci sono parecchi punti di contatto con le cose che proponi nei tuoi corsi...

"Ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che fare. A questo punto comincia la danza". Anche la vita.

Mar 6 Dicembre 2011, ore 16:02 - Ross ha scritto:

Grazie Foà! spero che i nostri ragazzi leggano ... tutti.

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Le sirene

Mer 16 Novembre 2011, ore 10:37

Non conosco benissimo la produzione di Capossela. Poche canzoni, le più conosciute. Ross ne è innamorata, vorrebbe chiedergli di registrare per lei "Buonanotte Ross, dormi bene", sicuramente risolverebbe i suoi problemi di insonnia.
Mi faccio coinvolgere e acquisto il biglietto per assistere alla data del tour Marinai, profeti e balene, sono un po' scettico, penso, speriamo canti le canzoni che conosco, altrimenti resto tagliato fuori.

11 novembre, si apre il sipario e sono proiettato nel ventre di una balena di cui vedo solo l'ossatura, in proscenio una postazione come il relitto della prua di una nave.
Non ho assistito ad un concerto, ma ad uno splendido e raffinato e colto spettacolo di narrazione.
Ebbene si, tutto il teatro che mi piace è condensato su quel palco.
Certo, lui è un musicista, quindi gli perdono l'imprecisione delle azioni delle coriste e dei figuranti, e perdono anche le sue note calanti, lui è talmente dentro il racconto che dipana che capisco che le note gli servono per mantenere il filo della narrazione. La ricerca dei testi, le luci, la musica e gli ottimi musicisti fanno il resto. Una grandissima magia. Un grande professionista!

Da quella sera risuonano dentro di me le parole dell'ultimo brano. Le sirene. Quasi un'ossessione, la ascolto tutti i giorni. la leggo. Vi dedico il testo e allego il link.

Le Sirene

Le sirene ti parlano di te
quello che eri
come fosse per sempre
le sirene
non hanno coda né piume
cantando solo di te
l’uomo di ieri
l’uomo che eri
a due passi dal cielo
tutta la vita davanti
tutta la vita intera
e dicono
fermati qua

le sirene ti assalgono di notte
create dalla notte
han conservato tutti i volti
che hai amato e che
ora hanno le sirene
te li cantano in coro
e non sei più solo
sanno tutto di te
e il meglio di te
è un canto di sirene
e si sente nel rimpianto
di quanto è mancato
quello che hai intravisto e non avrai
loro te lo danno
solo col canto
ti cantano di come sei venuto dal niente
e niente sarai

le sirene sono una notte di birra
e non viene più l’alba
sono i fantasmi di strada
che arrivano a folate
e hanno voci di sirene

riempi le orecchie di cera
per non sentirle quando è sera
per rimanere saldo
legato all’abitudine
ma se ascolti le sirene
non tornerai a casa
perché la casa è
dove si canta di te
ascolta le sirene
non smettono il canto
nella veglia infinita cantano
tutta la tua vita

chi eri tu
chi eri tu
chi sei tu

chi eri tu
chi eri tu
chi sei tu Mnemosynè

perché continuare fino a vecchiezza
fino a stare male
e già tutto qua
fermati qua
non hai più dove andar

le sirene non cantano il futuro
ti danno quel che è stato

ma il tempo non è gentile
se ti fermi ad ascoltarle
ti lascerai morire
perché il canto è incessante
ed è pieno d’inganni
e ti toglie la vita
mentre la sta cantando

(Vinicio Capossela)

Sab 19 Novembre 2011, ore 10:29 - StepH ha scritto:

Anche io di Capossela conosco pochi brani,e mi riprometto sempre di rimediare prima o poi. L'ultimo album è qualcosa di geniale a mio modesto parere,un vero trip emozionale e mentale. Le Sirene! Un gran bel brano che non ero mai riuscito ad apprezzare veramente,fino al momento in cui ho ascoltato il brano leggendo il testo che hai riportato qui. Grazie Max.

Sab 19 Novembre 2011, ore 15:27 - Ross ha scritto:

Mio caro Max grazie , non so se ho fatto veramente bene a coinvolgerti, credo di aver peggiorato i tuoi problemi di insonnia. In ogni caso ti rispondo con le parole di un'altra canzone di Capossella, tanto per chiarire il mio amore per lui "pago il pegno di
volere ancora avere,
ammalarmi di te
raccontandoti di me
Quando ami qualcuno
meglio amarlo davvero e del tutto
o non prenderlo affatto
dove hai tenuto nascosto
finora chi sei?" Parla piano, Da solo 2008

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Il nostro bisogno di consolazione

Ven 4 Novembre 2011, ore 12:16

In uno dei fortunati incontri in libreria, il mio amico e ormai compagno di lavoro da anni Rosario mi consiglia questo libro.
Lo prendo senza esitazione, mi fido dei suoi consigli.
Un libro di pochissime pagine, costo cinque euro.
Non lo leggo subito, come sempre aspetto che arrivi il momento giusto per lui.
Devo dire la verità, sono stato invaso dalle parole di Dagerman, un monologo fatto di tanti, piccoli e non sempre legati paragrafi, che aprono riflessioni, pensieri, immagini.
Ci ho messo molto tempo per finirlo, ho permesso ai miei pensieri di emergere e portarmi in giro liberamente. Un meraviglioso spunto che lascia solo un po' di amaro quando vado a leggere la vita dello scrittore e scopro che è morto suicida giovanissimo, e i pensieri tornano a portarmi in giro.......
Un piccolissimo stralcio per voi:

".....Posso riempire tutti i miei fogli bianchi con le più belle combinazioni di parole che sorgono dal mio cervello. Siccome desidero assicurarmi che la mia vita non sia priva di senso e che io non sia solo sulla terra, raccolgo le parole in un libro e ne faccio dono al mondo. Il mondo mi dà in cambio dei soldi, la fama e il silenzio. Ma che m’importa dei soldi, che m’importa di contribuire a rendere più grande e perfetta la letteratura? L’unica cosa che m’importa è quella che non ottengo mai: l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo. Cos’è allora il mio talento se non una consolazione per la mia solitudine? Ma che consolazione spaventosa, che riesce solo a farmi vivere la solitudine con intensità cinque volte maggiore!....."

Dom 6 Novembre 2011, ore 15:18 - Pasquale ha scritto:

Rubo il consiglio di Rosario per il mio prossimo giro in libreria... Mi viene da pensare che ci sono persone che hanno un vuoto dentro e lo usano come una discarica, riempiendolo di superficialità, di arroganza, di violenza e di altre lordure. Altre invece usano questo vuoto come un giardino al centro di una casa, riempiendolo di bellezza, anche di quella bellezza profonda e dolorosa, e di verità. Immagino che Dagerman facesse così; ma non gli è bastato...

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Anniversario

Sab 15 Ottobre 2011, ore 11:01

Ogni volta che posso, metto nel mio lavoro testi di Calvino, trovo che sia meraviglioso, a qualsiasi età ascoltare il suo uso della lingua italiana e lasciarsi colpire dalle sue continue immagini e suggestioni. Proprio ieri mattina con ragazzi di quarta e quinta elementare, per arrivare a definire la nostra “Città Ideale”, tra gli altri, ho letto brani da Le città invisibili.
Approfitto di oggi, ottantottesimo anniversario della sua nascita per regalarvi la mia “città” preferita, alla ricerca di una vita "meno incerta"!

Ottavia
Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città - ragnatela.
C'è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c'è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s'intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d'elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d'acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo. Sospesa sull'abisso, la vita degli abitanti d'Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.

Sab 15 Ottobre 2011, ore 11:08 - Pasquale ha scritto:

Calvino amava la leggerezza (che non va confusa con la superficialità)...

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